mercoledì 7 dicembre 2016

Le castagne di Arimino e... il giveaway delle feste!

In quel grigio e freddo mattino di dicembre, la pioggia cadeva scrosciante nella fitta foresta di Dean. Accanto ad uno scuro e fangoso sentiero, piccoli rivoli d’acqua gorgogliavano cercando di fluire lontano da un terreno ormai saturo, mentre una impalpabile nebbiolina impediva persino di vedere troppo lontano, colmando l’aria di una forte umidità e di un penetrante odore di licheni, funghi e sottobosco. Non v’era un fiato, non v’era un suono che indicasse vita tra quei desolati, alti e intricati rami di quercia, protesi verso un cielo plumbeo e intrecciati tra loro come anime in pena.
L’inverno nella contea di Gloucestershire giungeva infatti ogni anno con il suo carico di oscurità, di nuvole e di solitudine, lasciando spazio solo molto tardi alla tanto attesa primavera: sebbene gli abitanti del borgo fossero abituati ai rigori della fredda stagione, per nessuno era tuttavia semplice resistere al gelo e ai pungenti acquazzoni, che allagavano spesso i pochi campi coltivabili. Ciascuno si arrangiava dunque come poteva, dedicandosi alla raccolta di frutta secca, castagne o quant'altro il bosco offriva, per sopperire all'inevitabile carenza di provviste. E Arimino lo sapeva bene, costretto a sfidare per l’ennesima volta le intemperie per un soddisfacente bottino di marroni. Quel mattino il contadino non avrebbe mai voluto uscire di casa: come era consuetudine, pareva sempre che le tempeste peggiori imperversassero nel cielo quando aveva necessità di recarsi nella foresta. Probabilmente, pensò tra sé e sé parecchio infastidito, avrebbe di gran lunga preferito essere lasciato in pace davanti ad uno scoppiettante camino in pietra, cullato dal silenzio e dal torpore; o forse no, si ritrovò subitamente a riflettere, poiché era talmente agitato e nervoso che non avrebbe resistito a lungo, chiuso tra quattro pareti e tenuto in ostaggio dai suoi tristi pensieri.
Armino iniziò a sfregare nervosamente le mani l’una contro l’altra, portandole alla bocca e soffiandoci dentro un po’ di fiato caldo. Poi si strinse nel suo lungo tabarro, quasi zuppo d’acqua, mantenendo un passo svelto e sostenuto per raggiungere quanto prima la radura dei castagni: la suola dei suoi pesanti stivali in cuoio perdeva talvolta attrito su un tappeto di foglie ormai marcio, rendendo la sua andatura instabile e oltremodo sgraziata.
<Ti stupisci ancora, vecchio mio?> si disse, bofonchiando ironicamente a bassa voce <Poteva attenderti almeno una gelida giornata di sole? Certo che no, che vai pensando. Per te le cose devono essere sempre più complicate, o non ti chiameresti più Arimino!>
L’uomo scosse la testa, mordendosi il labbro stizzito e passando la mano sulla folta barba rossastra nel tentativo di asciugarla inutilmente dall'umidità della pioggia.
<E vorresti anche trovare delle buone e dolci castagne, non è così?> rincarò la dose, sibilando tra i denti <Con la fortuna che ti ritrovi, non ne sarà rimasta nemmeno una; e se le troverai, saranno sicuramente tutte bacate: non è ciò che capita sempre?>
Arimino sbuffò energicamente, come se già conoscesse l’esito di quella infelice uscita dicembrina.
Giunto a destinazione, intirizzito e tremante di freddo, estrasse da sotto al mantello una consunta bisaccia di cuoio. La aprì, legandola stretta alla cintura che portava in vita, in modo che non fosse troppo d’impiccio: iniziò la sua ricerca svogliatamente, addentrandosi ai lati del fangoso viottolo e scostando le fronde con un grosso e nodoso bastone. Passò del tempo, che all’uomo parve un’eternità. La desolazione che aleggiava tra gli arbusti aumentava il senso di inutilità e di smarrimento del povero contadino, rassegnato all'idea di aver passato un paio d’ore alle intemperie per ottenere effettivamente solo una dozzina di castagne e qualche sporadico pinolo celato sotto alcune scaglie di pigne, cadute ai piedi di un grosso pino cembro.
Per l’ennesima volta, guardando il suo magro bottino, si sentì deluso e sentì di aver solo sprecato un’altra giornata. Ma ormai la sua rassegnazione nei confronti del destino si era trasformata in qualcosa di molto simile al cinismo.
<La tua solita buona sorte> sussurrò a se stesso senza troppa sorpresa, sollevando con aria di superficialità le sopracciglia. Arimino richiuse la bisaccia e, considerando i dolori da umidità nelle ossa, decise di ritornare al vecchio borgo immediatamente. L’uomo percepì un intenso brivido corrergli lungo la schiena e premette sul naso il dorso di un guanto, come per bloccare una fastidiosa percezione di prurito alle narici: strizzò gli occhi per resistere all’impulso di starnutire ma fu del tutto inutile.
<Ecco qui. Secondo me ora di domani avrò anche un bel raffreddore!> sbottò indispettito, mentre faceva del suo meglio per uscire da un intricato groviglio di rovi per riportarsi sul sentiero battuto. Tra qualche graffio e qualche resistenza, il contadino finì per raggiungere la via che l’avrebbe ricondotto a casa: nel tentativo però di ripulirsi dalla terra che si era depositata sui suoi abiti lunghi e sul fondo del mantello, si accorse però di un largo squarcio sul lato del suo contenitore di cuoio. Per un istante smise di percuotere il fondo del tabarro rimanendo interdetto e senza parole. E quando si rese conto d’aver perduto anche il poco che era riuscito a racchiudere nella sacca, spalancò i grandi occhi verdi sentendosi avvampare dalla rabbia.
<Al diavolo!> gridò al cielo, con il volto paonazzo <Non è possibile che il destino mi sia sempre così avverso! Qualcuno deve avercela con me, per forza di cose. Qualcuno mi avrà maledetto o mi avrà augurato di non farne una giusta in tutta la mia vita!>
Il contadino sentì salire al capo perfino il sangue, mentre gesticolava vistosamente imprecando dai nervi.
<Vorrei proprio sapere chi è quel disgraziato! Vorrei proprio domandargli cosa gli ho fatto per meritare la sua inimicizia e questa negatività!> gridava con voce roca e profonda, spalancando le braccia e gettandole verso l’alto.
<Ma ora basta. Adesso dovunque tu sia, spero proprio che tu… che tu…> continuò, incapace di stare fermo. E alla fine, esasperato, esplose: <Che tu perda l’equilibrio, inciampi e qualcosa ti cada pure in testa!>
Ma fu proprio allora che Arimino, lanciando con stizza un calcio nel vuoto, finì per sbilanciarsi un po’ troppo, scivolando su alcune viscide foglie ai lati del sentiero. Cercò d’istinto di aggrapparsi a qualcosa, ma trovò solo un debole ramo che non riuscì a sorreggere il suo importante peso: finì così seduto nel fango, stordito da una dura pigna che piovve dall'alto come la ciliegina su una torta.
Avrebbe giurato che per l’ennesima volta la sua proverbiale sfortuna avesse colpito ancora, quando smise improvvisamente di sbraitare: si osservò coperto di fango e si massaggiò i fulvi e scarmigliati capelli, nel tentativo di lenire la sensazione di dolore alla testa. Dopo qualche istante di silenzio, capì quale fosse la semplice verità. Scoppiò allora a ridere come un bambino: aveva infatti appena compreso che, di tutte le negatività che il mondo talvolta già ci regala di suo, le peggiori sono quelle che inconsapevolmente o no, per timore o per insicurezza, scegliamo in prima persona di augurare a noi stessi. E, come fossimo i soli colpevoli del nostro pessimismo, finiamo per subirle davvero.
Così da quel giorno, Arimino giurò tra la pioggia che avrebbe per sempre smesso di essere il primo nemico di se stesso.





Panini dolci allo zucchero di foresta con marron glaces, pinoli, cioccolato fondente e glassa al liquore di castagne
(senza lattosio)

125 g di farina 00
100 g di farina Manitoba 1
100 ml di latte delattosato
60 g di zucchero di foresta (Arenga Pinnata)*
40 g di farina Manitoba 0
40 g di burro delattosato
10 g di lievito di birra fresco
2 g di sale
1 cucchiaino di scorza di limone
1 cucchiaino di cannella
1 uovo 

*sostituibile con zucchero di canna integrale. A me l'hanno regalato, visto che sono anemica come un vampiro e dicono contenga ferro. Ma garantito, è come un Muscovado anche di sapore!

Per il ripieno
200 g di marron glaces in pezzi
70 g di gocce di cioccolato fondente
40 g di pinoli 
1 cucchiaio di liquore di castagne (Papà Marcel)

Per la decorazione
1 uovo + 2 cucchiai di latte delattosato
80 g di zucchero a velo
2 cucchiai di liquore di castagne (Papà Marcel)

Sciogliete il lievito di birra fresco nel latte, unendo un cucchiaio di zucchero di foresta che toglierete dal totale. Mettete nella planetaria le farine, lo zucchero restante, la cannella, la scorza del limone. Avviate il robot da cucina e aggiungete il latte con il lievito un poco alla volta, facendolo assorbire bene. Unite l'uovo leggermente sbattuto e lasciate che venga incorporato totalmente. Aggiungete poi in tre riprese il burro a pomata e infine il sale. Lasciate lavorare il gancio finché il composto non si staccherà dalle pareti della scodella e avrà assunto una certa consistenza: questa operazione potrà richiedere un poco di tempo. 
Trasferite l'impasto in una ciotola imburrata e lasciate lievitare coperto in un luogo caldo per circa 1 h e 30 (o comunque fino al raddoppio).
Nel frattempo preparate il ripieno. Unite i marron glaces a pezzetti alle gocce di cioccolato fondente e ai pinoli. Aggiungete un cucchiaio di liquore di castagne e lasciate macerare.
Riprendete l'impasto, sgonfiatelo e stendetelo formando un rettangolo non più basso di 8 mm. Cospargete la superficie con il ripieno e arrotolatelo per il verso lungo. Tagliatelo a fettine larghe ca. 2 cm e sdraiatele su una teglia coperta di carta da forno, ben distanziate, con il lato piatto rivolto verso l'alto. Lasciatele lievitare ancora in un posto caldo per ca. 1 h. Accendete infine il forno a 180°C. Mentre attenderete che raggiungerà la temperatura, sbattete un uovo in un bicchiere insieme a due cucchiai di latte e spennellate lievemente la superficie dei panini. Infornateli per 12/15 minuti. 
Quando saranno raffreddati, miscelate lo zucchero a velo con due cucchiai di liquore di castagne, regolandovi a seconda di quanto gradite densa la glassa. Cospargete i panini dolci con la glassa aromatica e gustateli... augurandovi le cose più belle!

Amiche e amici cari, spesso e volentieri capita di vivere periodi molto bui e grigi, specie di questi tempi. Capita di sentirsi stanchi e privi di energia, tristi e senza speranze. E quando capitano momenti così pesanti, pare che tutto concorra ad allontanarci dalla buona sorte per far sì che le cose vadano sempre peggio. E' tanto vero che la vita a volte mette a dura prova, ma è altrettanto vero che non c'è peggiore negatività di quella alla quale crediamo di 'rassegnarci'. Quando la sorte ci fa cadere, riusciamo a capitolare più volte non perché la vita stessa ci impedisce di rialzarci, ma perché inconsciamente iniziamo a credere di meritarci di stare a terra; non è la negatività che a volte il destino ci impone di combattere che ci allontana dalle cose belle: è quella che ci infliggiamo da soli, quella con la quale ci riempiamo il cuore convinti che non ci sarà mai nessuna fortuna sul nostro cammino. 
Come potrete pensare di raggiungere sogni e obiettivi, se li allontanate di vostra iniziativa? 
L'augurio che vi faccio, in questo freddo inverno, è quello di riempirvi di tanta positività e di luce con la quale sconfiggere ogni negatività: ricordate che il destino può farvi inciampare una volta, ma che non dovete credere di essere incapaci di camminare per questo motivo; non dovete credere che le fortune non verranno solo perché avete conosciuto qualche nube qua e là. Come Arimino ha compreso, le negatività più grandi non arrivano mai dall'esterno ma dal profondo del nostro cuore: ci meritiamo ciò che ci auguriamo. Perciò, vi auguro solo tante, tante cose meravigliose: non siate mai più nemici di voi stessi!



E potevo lasciarvi senza un augurio un poco speciale? Proprio in occasione del Natale, voglio invitarvi a partecipare ad un nuovo giveaway del bosco. Spero di fare cosa gradita e spero che in questo modo qualcuno di voi mi sentirà ancora più vicina in queste festività: come sapete il senso del mio scrivere è proprio quello di restare accanto a chi amo, con un po' di immaginazione e fantasia. E vista l'uscita da poco del mio libro, ho pensato di lasciare alla sorte la decisione di omaggiare qualcuno di una copia insieme ad un piccolo pensiero. Ovviamente ci saranno anche un secondo e un terzo premio, semplici pensieri ma con tutto il mio affetto!

Come partecipare? Al solito, niente formalità. Basta solo scrivere un commento qui sotto o sul post di facebook, con espressa volontà di partecipazione e vostro nome. 
Solo questo, niente più.
Non dovete seguirmi per forza, non dovete mettere pollicioni alzati, non dovete fare nulla in cambio. 
La festa è libera per chiunque vorrà divertirsi! :)
Il giveaway inizia oggi, 7 dicembre 2016, e si concluderà il 31 dicembre 2016 alle 24.00.
Ad ognuno verrà assegnato un numero progressivo e l'estrazione dei tre vincitori sarà effettuata entro il 7 gennaio 2017!

Il presente giveaway non comporta alcuna violazione delle norme su concorsi a premi, poichè rientrante nella previsione di cui all'art. 6 lett. d) del DPR 430/2001.

Un abbraccio forte e a presto!


martedì 8 novembre 2016

La leggenda dei fiocchi d'inverno

Un fiocco, un altro e un altro ancora: un piccolo frammento di cielo, di nuvola, di ghiaccio; una lacrima gelida che si scioglie lentamente nelle mani, bisognosa di conforto e di calore dopo un interminabile viaggio verso la terra. 
Cade la neve e l'inverno stende una candida coperta sul mondo, coprendo tutto ciò che è visibile per indurci a cercare l'invisibile: un silenzio ovattato in cui i pensieri talvolta sanno essere assordanti più del rumore, in cui per forza di cose il freddo arriva a scuotere anche il profondo dell'anima, costretta talvolta a fare i conti con le assenze al di là delle presenze; con i vuoti al di là di ciò che già si possiede. Davanti a candele accese, a luci morbide che brillano soffuse tra i rami degli abeti e tra i ricordi, finiamo per bagnarci gli occhi di nostalgia e di smarrimento, mentre cerchiamo disperatamente di udire una voce che non c'è più o di incrociare un volto che da troppo manca. 
La solitudine interiore fa percepire maggiormente i tremori del buio invernale, aumentando il senso di tristezza o di abbandono. 
Eppure non dovremmo mai dimenticarci che è proprio quando tutto si spegne, che si accendono le luci più belle; non dovremmo mai scordare che le voci degli angeli sono troppo delicate per essere ascoltate tra il frastuono della quotidianità. E chiedono il silenzio per essere davvero udite.
Perfino l'inverno lo sa: se da un lato addormenta la terra, la priva di vita e colore, rendendola gelida e arida, non manca di offrire in cambio un vero e proprio miracolo.

E' la leggenda dei fiocchi d'inverno, un'antica credenza che parla di un momento speciale dell'anno in cui cielo e terra si incontrano; in cui si spalancano le porte del Paradiso e abbiamo l'occasione di comunicare con le anime dei nostri angeli più cari, sentendo finalmente la loro presenza più forte che mai. Perciò, se la stagione fredda vi sembrerà troppo malinconica e triste, non dimenticate questo segreto.

Sarà allora che... " [...] raccoglierete tra le mani un fiocco incantato, chiuderete gli occhi, vi concentrerete e penserete intensamente ad una persona cara che vi manca, che vorreste accanto. Affiderete al suo ricordo tutto il vostro amore, i vostri desideri e le vostre speranze; affiderete al cielo le parole che avreste voluto dire e che non avete potuto pronunciare. Presto, molto presto, il vostro angelo si farà sentire più vicino che mai: in un sogno, in una coincidenza speciale, in un segno che solo voi percepirete. [...]".
Abbiate fiducia, perchè gli angeli non sono mai, mai lontani come talvolta immaginate.

E in attesa che si compia questo sorprendente incanto, vi faranno compagnia questi fiocchi soffici, dolci e aromatici, in grado di ricordarvi le cose buone che si nascondono anche nel buio. 
Vi aspetto su Taste & More n°23, con le altre bravissime ragazze che hanno dato vita a questo numero.





Mele secche, caffè e zenzero candito; cioccolato bianco, cocco, miglio e spezie.. vi avvolgeranno in un abbraccio confortante e tiepido, per un inverno tenero e indimenticabile.
Un bacio grande e pieno di bene a tutti/e. 
A presto!














giovedì 29 settembre 2016

'Il Rovo di Bosco. Racconti e ricette per i sensi e per l'anima'

Oggi è il 29 settembre. Ed è il mio compleanno. 
Quanti di voi mi conoscono, sanno che non ho mai amato particolarmente festeggiarmi, forse perché in giorni come questi si riflette di più, si fanno bilanci e si percepiscono le emozioni dieci volte tanto, positive o negative che siano. 
Eppure in questi anni, da quando vi ho incontrato, la solitudine che da sempre mi accompagna si è trasformata in presenza, dolcezza e condivisione. 
Tutto questo grazie a voi, il dono più bello che potessi ricevere: un dono che dura tutto il giorno, tutti i giorni, non solo una volta l'anno. Se solo si potesse esprimere il sincero affetto che mi lega a voi, la riconoscenza, la gratitudine, credo che non basterebbero milioni di righe, centinaia di fogli o quaderni che amo riempire. Sì, perché ciascuno di voi ha colorato il mio mondo, il mio piccolo bosco, tanto spesso solitario e nascosto, in un modo del tutto originale: c'è chi è arrivato in fondo al mio cuore, chi mi ha insegnato tanto in cucina, chi mi ha ascoltata; chi ha pianto con me, chi ha riso con me; chi mi ha dato coraggio, chi mi ha sopportata e anche perdonata. C'è chi non mi ha fatto sentire più sola né incompresa. E, soprattutto, amata. Esiste qualcosa di tanto grande che potrei fare per voi, per ripagarvi anche un poco? Mi avete accolta con i miei difetti, forse più numerosi dei pregi. Con la mia incapacità di vivere come una persona comune, con le mie debolezze e con la semplicità che vi contraddistingue: unica.
Per questo oggi dedico a tutte/i voi questa piccola ma sentita raccolta. 
Una minuta opera, forse come tante, ma che vuole raggiungervi sicuramente per starvi vicino. Non vanto un grande nome, non vanto chissà quali capacità. Questo è solo un modesto passo in confronto a quelli che molte di voi hanno fatto, per le quali sono immensamente felice: ma è un passo comunque significativo per me. 
Quando ho iniziato a soffrire, anni fa, ho iniziato a lottare. E ho sempre voluto imparare dal dolore, perché non fosse vano. Ho sempre desiderato che nessuno provasse lo sconforto e la solitudine che scava fino nel fondo dell'anima e annienta. Ho iniziato a scrivere non perché per me essere scrittrice significa vedere il proprio nome sulla facciata di un testo: ma perché volevo che le mie parole raggiungessero chiunque potessi aiutare, confortare, abbracciare... 'attraverso' un testo. Ho sempre voluto la gioia degli altri, perché so che significa non averne per me.
Perciò... a chi mi ama, a chi amo e anche a chi non mi corrisponde, sì. Tutto il mio cuore.
E' per voi, per voi tutte/i. Vi mando un pochino di me, se lo gradirete. 

Edita da Edizioni Eventualmente. da oggi potrete trovare nelle librerie e online, presso LaFeltrinelli, Ibs, Amazon, LibroCo, Rizzoli e Libreria Universitaria, la raccolta di alcune delle più belle storie e ricette de 'Il Rovo di Bosco', insieme a tanti nuovi racconti dal mio cuore al vostro. 
(p.s. chiedo scusa per l'eventuale attesa nella spedizione in alcuni siti online. E' l'inizio, ma presto presumo ci sarà più disponibilità!)






Spero che questo lavoro possa piacervi. 
Io continuerò ad aspettarvi qui, appena posso, per condividere nuovi racconti e ricette, nuovi progetti futuri e tanta, tanta voglia di volervi bene. 
Così, nell'unico ma sentito modo che io possa mai donarvi.
Vi abbraccio. 

lunedì 19 settembre 2016

Danzate, o Menadi, con Taste n.22!

Ci sono momenti in cui l'autunno non giunge solo per i cespugli, per le chiome degli alberi e per i fiori nei prati. Ci sono istanti in cui non sono soltanto le foglie, ormai dipinte di ruggine e ottone, a cadere a terra inermi e a coprire i sentieri di una tenera malinconia: esistono periodi della vita in cui questa stagione arriva anche per noi, intimamente e lentamente, addormentando l'energia e l'allegria che ci avevano pervaso nelle estati della nostra quotidianità. 
Un amore perduto, un sogno infranto, una speranza disillusa. Una delusione profonda, un fallimento personale o professionale, un inaspettato tradimento che ci fa perdere la fiducia nelle persone e nelle cose. Ed ecco che ad uno ad uno i nostri petali cadono, lasciandoci nudi e in balia della rassegnazione, del dolore o talvolta anche della rabbia. 
<E' tutto finito> ci diciamo, quasi privi di forze e di energia per continuare <Ormai non è più il mio tempo, non c'è posto per me>. Non ci sentiamo più degni di niente e pensiamo che ormai <il meglio se n'è andato per sempre>, cogliendoci impreparati quando il sole, il caldo e l'abbondanza erano venuti a farci visita. 
E noi non l'avevamo capito. 
Eppure, proprio guardando quegli arbusti apparentemente privi di vigore e abbondanza, dovremmo accorgerci in realtà di quanto l'autunno non sia ciò che credevamo fosse: non è decadimento, non è il termine di qualcosa. E' proprio quando tutto pare appassire, che il cielo si trasforma in un fuoco meraviglioso; è quando i rami si spogliano che i sentieri si trasformano in tappeti d'oro, rame e seta; è quando non ci sono più germogli, che ci vengono offerti i frutti più dolci, succosi e belli. 
Smettete di pensare che nulla fiorirà più. Smettete di convincervi di avere perso qualcosa per sempre, o di non avere più sogni da realizzare. Siate come le Menadi votate a Dioniso, che si inebriavano del dolce nettare dell'uva, di canti e danze lunghe fino all'alba, senza avere timore di reclamare la vostra parte di felicità, di vittorie e di emozioni.
Siate meravigliosamente 'folli', allontanatevi da ciò che sembrate apparire per riscoprirvi ciò che non sapevate nemmeno di poter essere, lontano da schemi e preconcetti.
Non è mai tutto finito. 
Dite a voi stesse che ogni momento è buono perchè qualcosa <inizi ora>. Perchè c'è tempo, finchè c'è tempo; perchè ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio.

Vi aspetto allora tra le pagine del nuovo Taste&More n. 22, per una dolce e avvolgente danza dionisiaca, profumata di spezie, nocciole, moscato e fichi maturi. 

<[...] Non abbiate paura di sbagliare, di essere incomprese, di mutare rotta o di ubriacarvi di passione: verrà sempre un momento in cui il tempo cambierà e potrete ancora decidere di essere diverse insieme a lui. Vivete dell’oggi senza remore, appagatevi con grappoli profumati che saranno presto vino, con l’abbondanza di sensuali fichi maturati tra il rossore autunnale.
Osate, osate sempre. Perché se l’amore genera sogni è solo la follia che talvolta li rende reali.>






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A presto, dunque: che questo autunno non sia per voi il momento in cui vedrete foglie cadere, ma l'occasione di riscoprire nuovi e dorati tramonti. 
Nella speranza di condividere un altro pezzetto di cuore con voi, che mi siete tanto cari/e, vi abbraccio come sempre con immenso affetto!

lunedì 12 settembre 2016

Le preghiere di donna Gertrude

Impugnando delicatamente una maniglia di ferro battuto intrecciata, Gertrude fece il suo ingresso nella chiesa, stagliandosi come un’ombra sulla lingua di luce che illuminò il pavimento della navata. La pesante porta di legno si chiuse alle sue spalle con un sordo cigolio, un piccolo eco che parve tuttavia un improvviso frastuono, nel fragile silenzio del luogo di preghiera.
La donna sfilò i guanti scuri e, accennando un composto inchino, si fece il segno della croce e volse lo sguardo all’altare. Un’alta bifora collocata al centro dell’abside lasciò filtrare netti e luminosi raggi di luce, che avvolsero in un abbraccio soffuso una antica croce lignea, posizionata dietro ad un modesto altare di pietra. Il volto sofferente e delicato di Gesù, di minuziosa manifattura trecentesca, vegliava ancora, dopo tanti secoli, sui fedeli che ogni giorno entravano nella graziosa cappella romanica, conferendo a quell’ambiente sacro un’aria di intimo raccoglimento.
La pia signora amava godersi quei momenti mattutini nel silenzio, ancora profumata dall’aroma del caffè sorseggiato a colazione. Attendendo l’arrivo degli altri parrocchiani per la Santa Messa, le sue scarpe di cuoio nero, dalle stringhe strette in un’asola pressoché perfetta, si muovevano sempre rapidamente sul lucido pavimento marmoreo della chiesa: il rumore secco e cadenzato dei suoi tacchi rimbombava nella navata e nelle nicchie laterali, turbando la morbida pace della cappella. Ma Gertrude non provava disagio, ne era quasi compiaciuta: il suono cadenzato dei suoi passi era certamente un modo del tutto personale per far notare la sua esistenza, perché tutti constatassero quanto lei fosse presente, ogni giorno alla stessa ora, per comportarsi come un’umile serva al cospetto del Signore. Si prodigava allora ad accendere candele, a fare offerte inserendo tintinnanti monete nella fessura dell’offertorio, a controllare la freschezza delle rose e delle gerbere nel vaso bronzeo della statua della Vergine, per sedersi poi in prima fila tra le panchine della chiesa e pregare.
La donna era la prima tra i fedeli a presentarsi in chiesa, inginocchiarsi, ascoltare la messa e l’ultima ad uscire dalla porta per tornare a casa e preparare il pranzo. E, nell’attesa che la funzione iniziasse, aveva così tanto a cuore il suo prossimo che la tentazione di squadrare chiunque le si avvicinasse, per caso o con coscienza, era oltremodo irresistibile: ma Gertrude non era curiosa, certo che no. Era ovviamente mossa da spirito di fratellanza, dalla compassione e da un genuino interesse verso le vite degli altri. Amava sentirsi parte della comunità, dando il buon esempio ed elargendo consigli a coloro che, al suo contrario, non conoscevano quella spinta forte della fede che non fa dubitare mai. Così ogni mattina, infilandosi in bocca una di quelle caramelle all’anice che tanto amava, dava inizio a quell’intimo dialogo tra se stessa e l’ignaro suo prossimo.
Non mancava di notare quanto i tempi fossero cambiati, quanto le persone non usassero più un abbigliamento consono ad un luogo di culto: madri che indossavano grembiuli fin troppo scollati, incapaci di insegnare ai figli l’educazione, dal momento che riuscivano sempre a piangere e a disturbare durante l’omelia. Per non parlare di quei fanciulli che non riuscivano a stare fermi un attimo, girovagando per le sedie e disturbando la preghiera degli astanti. Quante volte aveva roteato gli occhi, strizzato solennemente le palpebre, facendo appello a tutta la sua integrità per non sbottare! Ovviamente non poteva mancare di constatare come la carità non fosse più contemplata, dal momento che qualcuno si presentava trafelato e in ritardo alla celebrazione eucaristica, con le borse piene di frutta, verdura e pane, senza riservare neanche una moneta da destinare alle opere di bene della parrocchia. Le persone spendevano ormai per il futile, per i propri bisogni terreni, ma si sarebbero pentite un giorno di non aver pensato alla loro anima. E i pensieri rivolti a Dio?
<Figuriamoci> rifletteva donna Gertrude, stringendo in un pugno l’alto e abbottonato colletto della camicia e scuotendo lievemente il capo, in un fremito di indignazione <Certe persone, ahimè, hanno pensieri solo per se stesse>.
Menomale che l’Altissimo, nella sua immensa bontà, avrebbe perdonato infine tutti i peccatori.
La donna lanciò uno sguardo ispirato al crocefisso, battendo rassegnata le mani tra loro e congiungendole in gesto di supplica.
<Signore> iniziò a pregare, mentre l’odore pungente e penetrante dell’incenso si era diffuso tra le panche in noce <Eccomi a te, in questo nuovo giorno, per affidarti nuovamente il peccato del mondo. Liberalo dal male, dalle tentazioni e dalle lusinghe dell’inferno. Satana è ormai ovunque, permea la quotidianità indicando all’uomo la via della perdizione!>
Gertrude sospirò, dietro allo scuro velo di pizzo nero che le copriva il capo e il volto.
<Accetta le mie preghiere per i miei fratelli, che non conoscono la forza della fede e la purezza dell’animo! Aiutali a non cadere nella volgarità, nella malizia. Aiutali a riscoprire la carità, l’educazione virtuosa per i figli. Aiutali ad essere pii e colmi di modestia, umili e onesti. Salvali dalla perversione e dalla colpa che li sta affliggendo, te ne prego. Sii buono con loro, che non riescono a vedere il peccato che commettono!>
Così facendo, bisbigliò sottovoce qualche invocazione ai Santi e si fece nuovamente il segno della croce. Si alzò compostamente dal genuflessorio e prese posto sedendosi sulla panchina retrostante, afferrando il libretto del canto che i chierichetti avevano distribuito poco prima tra i fedeli.
Attese qualche istante, finché sentì chiaramente una voce soave e pacata chiamare il suo nome. Gertrude sollevò fulmineamente il capo, pensando che il sacerdote avesse bisogno di lei in sagrestia, senza tuttavia scorgerlo da nessuna parte: l’altare era deserto.
La donna aggrottò la fronte, un poco smarrita.
<Gertrude, sono io> continuò la dolcissima voce, provenendo senza ombra di dubbio dall’antico crocefisso che adornava l’abside.
Donna Gertrude spalancò gli occhi sorpresa, poggiando le dita sulla bocca con aria incredula e scuotendo il capo.
<Povera, povera Gertrude> continuò il crocefisso <Sei così attenta a criticare i gesti degli altri da dimenticare di giudicare prima te stessa e la tua presunzione. Trovi malizia e peccato dovunque guardi e non ti accorgi che il vero peccato non è là fuori: si nasconde in realtà nei tuoi occhi>
La donna abbassò il viso, avvampando di un lieve rossore.
<Gertrude, prega. Continua a pregare> le disse infine quella santa voce <Ma questa volta, invece di farlo per i tuoi fratelli, prega perché ci sia qualcuno di loro disposto ad intercedere anche per te>.






Frollini alla farina di riso e sorgo integrale con caffè, anice e marmellata di prugne
(senza glutine, senza lattosio*)

180 g di farina di riso
30 g di farina di sorgo integrale
10 g di fecola di patate
1 uovo
50 g di burro delattosato
50 g di zucchero integrale di canna
3 cucchiai di caffè forte
1 cucchiaio di liquore all’anice
1 pizzico di sale
½ cucchiaino di lievito vanigliato

Marmellata di prugne q.b.

* verificate che gli ingredienti che utilizzerete siano certificati e sicuri.

Mettete le farine in una planetaria e aggiungete il sale, il lievito, lo zucchero e il burro delattosato a pezzetti. Avviate il robot e, quando tutto sarà amalgamato, aggiungete l’uovo, il caffè e il liquore all’anice. Lavorate l’impasto fino a che non sarà nuovamente omogeneo. Avvolgete il composto nella pellicola alimentare e lasciatelo riposare per almeno due ore nel frigorifero.
Passato il tempo di riposo, stendete l’impasto su una spianatoia e trasferitelo ancora per un quarto d’ora nel frigorifero prima di tagliarlo con la formina per biscotti: essendo l’impasto molto morbido, questo vi faciliterà nella creazione dei frollini.
Infornateli quindi a 170°C per ca. 10/12 minuti, fino a che non saranno dorati.
Una volta ben freddi, farciteli con la marmellata di prugne e accoppiateli due a due.
Ovviamente, potrete impastare gli ingredienti anche a mano e tagliare l’impasto con la formina che più preferite! Pregherete.. che non finiscano più.

E a piccoli passi, con calma e pazienza... riesco a condividere anche questa volta con voi, che mi siete cari/e, pensieri e moti del cuore. Grazie, con affetto, a chi è qui con me sempre. Siete veramente qualcosa di prezioso e io vi auguro di riuscire a vedere in questo mondo solo cose belle... tutte quelle che di certo meritate, lontano dalla malizia e da ogni pregiudizio. Siamo perfetti perchè imperfetti, dopotutto. E il cielo ci ha voluto così: non permettete a nessuno di farvi sentire sbagliati o indegni. Mai.

Un abbraccio e a presto!



lunedì 18 luglio 2016

Ajna chakra cream: una speziata e fresca carezza tra le pagine di Taste n.21

< [...] L’improvvisa necessità di solitudine, di ricerca interiore, la pace che assale di fronte ad un tramonto o tra le onde ipnotiche del mare che accarezza la sabbia; il bisogno di tornare alle radici, di dimenticare il passato per vivere il presente; la voglia di freschezza, di cambiamento, di essere ancora amati: è così che il nostro spirito ci parla, ci indica la via. E’ così che, di fronte alla confusione e allo smarrimento di certi momenti della vita, la nostra mente ci offre di percorrere un nuovo sentiero: l’istinto si fa meditazione, e la meditazione si fa rivelazione.
Aprendo il cuore alla riflessione, alla pace, ai suoni del mondo si può fare l’incontro più straordinario mai pensato: quello con noi stessi, con le risposte che abbiamo da sempre cercato; non dobbiamo cercare lontano, poiché tutto è sempre stato lì, di fronte ai nostri occhi: l’unica cosa che dobbiamo imparare è ‘vederlo’ [...]>

Ed è proprio così che, tra i raggi di un caldo sole estivo, voglio raggiungervi per parlare al vostro cuore. Voglio riempirvi di freschezza, di nuove speranze, di profumi e sapori in grado di aprire la vostra mente; voglio condurvi a riscoprire voi stessi, quel prezioso mondo che troppo spesso tenete da parte, nel frastuono e nella confusione di una quotidianità che parla sempre troppo forte per permettervi di sentire la vostra voce. 
Spesso crediamo di dover guardare chissà dove per avere della pace e della serenità. Guardiamo il mondo senza 'osservarlo'. Sentiamo i suoi suoni senza 'ascoltarli'. 
Crediamo di non capirci, di non conoscerci, solo perché non siamo abituati a darci l'attenzione che meritiamo. Smettete perciò di cercare voi stessi in un mondo vasto, in inutili confronti con gli altri e nelle più varie questioni che riempiono le vostre giornate: siete già lì, tra le vostre mani. Chiudete gli occhi, respirate la vostra stessa luce; meditate e cercatevi nel profondo di ciò che non avete mai smesso di essere. Conoscerete le risposte a tante vostre domande, a tanti vostri perché: aprite il vostro 'terzo occhio', come la tradizione indiana insegna. E se volete saperne di più su come fare.. ve ne parlo nel numero estivo di Taste&More: vi aspetta un gelato speziato e rinfrescante, ideale per i momenti più gioiosi di meditazione, siano essi su una spiaggia assolata o sulle cime più alte dei monti!





Zenzero, cardamomo, cannella, pepe rosa, chiodi di garofano e mele a pezzettini vi avvolgeranno in una morbida e fresca crema al latte di macadamia e cocco. 
Vi auguro di raggiungere il posto più profondo e dolce che ciascuno di voi conserva nel cuore: aprite il vostro sesto Chakra e ammirate finalmente lo splendore che siete realmente. 
Perchè - non dimenticate- siete voi, solo voi, la chiave della più bella rivelazione che possiate oggi conoscere! 


Un abbraccio pieno di sole e di belle cose, a tutti/e voi.
A presto, se lo vorrete, con un nuovo racconto dal mio cuore al vostro! 


martedì 31 maggio 2016

I cilindretti agrumati di re Guglielmo

All'ingresso del giovane re Guglielmo la sala improvvisamente piombò nel silenzio.
Il timido brusio di voci smise di echeggiare tra le mura spesse e rocciose del castello, illuminate dalla luce soffusa che filtrava dolcemente dalle alte bifore all'imbrunire. 
Il sovrano, seguito da un servizievole e fedele accompagnatore, salì con fare solenne alcuni gradini in marmo bianco, per poi sedersi su un massiccio trono intarsiato posto al di là di un imponente arco a sesto acuto. Re Guglielmo osservò qualche istante la moltitudine di persone riunite dinanzi a lui e, estraendo uno scettro dorato da sotto un pesante mantello di velluto scuro, fece cenno ai presenti di accomodarsi.
La corte prese posto occupando alcune larghe panchine in pietra addossate alle pareti della stanza, sontuosamente decorata con raffinati arazzi e scene venatorie, attendendo così che il monarca profferisse parola.
<Fedeli amministratori e uomini di corte> esclamò il giovane Guglielmo rompendo il silenzio <Quest’oggi non vi ho riuniti per discutere questioni di guerre, bilanci o alleanze; non vi ho chiamati per decidere le sorti del mio regno. Essere re comporta responsabilità e obblighi inimmaginabili, nonché la possibilità di avere molti nemici a minaccia della mia incolumità: io devo sapere di chi mi posso davvero fidare. Rispondete, dunque: cosa significa per voi essere dei buoni amici?>
I nobili e i funzionari presenti si guardarono allora vicendevolmente, dubbiosi e stupiti per una simile richiesta. Qualcuno iniziò a riflettere, qualcuno a sospirare; qualcun altro taceva fissando il vuoto, cercando dentro di se la migliore risposta che potesse dare. Altri ancora non diedero troppo peso al quesito, nascondendosi tra le ombre dei presenti per evitare di essere interpellati. Guglielmo diede alla corte un po’ di tempo per riordinare le idee, mentre il suo buon accompagnatore si preoccupò di addolcire la sua attesa porgendogli un boccale colmo di latte di mandorla e miele, una delle bevande che il sovrano più amava.
<Nessuno sa rispondere?> domandò poi il monarca spazientito, poggiando il calice sul piccolo tavolino imbandito posto accanto al trono.
<Tu> continuò, additando un uomo curvo e molto magro, seduto al centro di una delle panchine di marmo chiaro <Vieni avanti, dimmi cosa è per te essermi amico>
Il nobile, titubante, si portò al centro della stanza e fece un profondo inchino.
<Mio re> proclamò con voce roca il tesoriere di corte <Io sono un buon amico perché mi curo dei vostri averi, li custodisco e li gestisco. Con me le vostre ricchezze sono al sicuro, le incremento così che voi possiate godere di una vita agiata. E se voi vivete nella ricchezza, ci vivo anche io>.
Così facendo, batté i tacchi e tornò a sedere. Si fece avanti allora un giovane uomo longilineo, dalla voce squillante.
<Mio re> disse l’araldo di palazzo <Io sono un buon amico perché vi introduco a coloro che chiedono udienza e vi annuncio ovunque desiderate recarvi, così che in ogni dove sappiano come accogliervi con gli onori che vi spettano. E se voi siete conosciuto, in vostro nome lo sono anche io.>
Guglielmo annuì e lo congedò, afferrando distratto una grossa e succosa arancia dal piatto della mensa regale, mentre a saltelli e volteggi un tozzo giocoliere si presentò al suo cospetto.
<Mio sovrano> ridacchiò il giullare <Io sono un buon amico perché mi preoccupo di farvi divertire tutto il giorno e tutta la notte. Suscito in voi l’allegria, la spensieratezza; vi mostro cosa siano la leggerezza e la follia. E se amate fare festa, sono ben lieto di intrattenermi con voi.>
Il saltimbanco si allontanò goffamente, inciampando e facendo perdere l’equilibrio ad un uomo barbuto alle sue spalle, suscitando l’ilarità dei presenti.
<Vostra maestà> balbettò imbarazzato il cantastorie, raccogliendo da terra le pergamene che fino a poco prima teneva tra le mani <Io vi sono amico perché tesso le vostre lodi in tutto il regno. E vi sostengo a tal punto persino descrivendovi nelle mie storie come un eroe, condottiero dalle grandi ed epiche gesta. Adularvi è il mio modo per sentirmi da voi apprezzato e amato. E se voi siete appagato, io sono fiero di immortalarvi per sempre nella memoria del popolo, poiché un giorno potrò dire di avervi conosciuto>.
Il sovrano ascoltò ogni singola parola, accarezzandosi pensoso la barba incolta. Osservò il menestrello mentre tornava a sedersi, lasciando la parola al serissimo e posato consigliere di corte.
<Mio re> esclamò il consulente personale di Guglielmo, schiarendosi aulicamente la voce <Io sono vostro amico poiché a me chiedete consiglio. Mi lusinga che voi vi fidiate del mio parere: è perciò mia premura compiacervi di rimando, dandovi ragione ad ogni bella idea o iniziativa intrapresa per il regno. E se vi aiuto a farvi sentire saggio, voi mi permettete di sentirmi particolarmente valido e considerato>.
Il giovane regnante attese che ogni nobile di corte esponesse la sua personale risposta alla domanda e infine ringraziò gli astanti. Inchino dopo inchino, la sala tornò infine ad essere muta. Lo sguardo di Guglielmo passò allora in rassegna uno per uno i volti presenti nel vasto salone, fino a che i suoi occhi non si posarono proprio sul suo silenzioso accompagnatore, intento a far portare via i vassoi fino a poco prima colmi di primizie siciliane.
<Messere> lo chiamò, facendo improvvisamente sussultare il fedele compagno, che si voltò sorpreso <Per te, invece, cosa significa essermi amico?>
Il ragazzo, titubante, si avvicinò lentamente al monarca e si inginocchiò accanto a lui, arrossendo timidamente. Con lo sguardo basso cercò più volte di parlare, senza riuscire a dire nulla.
<Vorrei potevi dire qualcosa> sussurrò poi con garbo <Eppure temo che non potrei essere all'altezza di nessuno dei vostri funzionari di corte. Io non sono un buon amico: non mi curo delle vostre ricchezze, né le amministro per voi; non annuncio a gran voce il vostro nome, risplendendo della vostra grandezza. Probabilmente non riesco a farvi divertire, coinvolgendovi in grandi feste e godendone con voi; non vi lodo continuamente di fronte a chiunque, né riferisco di voi cose non vere solo per adularvi o per entrare nelle vostre grazie: non ne sono capace perché io mi preoccupo voi, non di ciò che potreste essere. Non riesco neppure a darvi ragione quando avete torto e mi dispiaccio se per questo potrei offendervi, ma credo che il male sia male e ferirebbe anche un sovrano. Perciò perdonatemi se parlando vi ho deluso>.
L’accompagnatore sollevò il viso incontrando gli occhi verdi e acuti del monarca, che abbozzò contro ogni aspettativa un lieve sorriso. Guglielmo poggiò la mano sulla spalla del ragazzo e si alzò dal trono, rivolgendosi all'assemblea.
<Da quando ricordo d’aver avuto senno, ho imparato che c’è sempre un motivo per il quale qualcuno può starci accanto e c’è chi crede che questa ragione si possa chiamare amicizia. Eppure non v’è nulla di più sbagliato. L’amicizia non si identifica mai con una ragione che possa permetterle d’esistere: se esiste, esiste senza un perché. Lo fa gratuitamente come semplice forma d’amore. Essa non è la condivisione della ricchezza o della fama di qualcuno, finché dura la gloria. Non è lodare affinché qualcuno ci lodi di rimando. Non è una grazia elargita nella speranza di riceverne un’altra in cambio. Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere.>
Il sovrano si voltò nuovamente verso il suo accompagnatore, invitandolo ad alzarsi. 
Strinse le sue mani con gratitudine, sorridendo ad un volto incredulo ma felice: <Non esiste tristezza per la perdita di coloro che ritenevo falsamente amici, ora che accanto ne ho scoperto uno genuino. Non hai motivo di starmi vicino, non ho nulla che a te interessa , sebbene io sia un grande re: eppure sei qui, perché la sola ragione che ci lega è l’autentico affetto. E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.





Cilindretti agrumati al sorgo e riso integrale con pasta di zenzero candito, mandorle e miele
(senza glutine, senza lattosio)*

*controllate ovviamente che gli ingredienti che acquistate siano certificati!

Per la frolla
80 g di farina di riso
50 g di farina di riso integrale
20 g di fecola di patate
20 g di farina di sorgo integrale
40 g di zucchero a velo
50 g di burro delattosato
½ cucchiaino di cannella in polvere
½ cucchiaino di lievito vanigliato
1 uovo
1 pizzico di sale

Per il ripieno
50 g di mandorle non spellate
40 g di zenzero candito
1 cucchiaino di miele millefiori
1 cucchiaino di scorze di arancia fresche
1 cucchiaino di scorze di limone fresche
1 cucchiaino di succo di limone
1 cucchiaino di succo d’arancia
1 cucchiaino di aroma naturale di fiori d’arancio
½ cucchiaino di cannella in polvere

Preparate il ripieno dei cilindretti tritando in un mixer le mandorle con la pellicina, lo zenzero candito, il miele, le scorze di arancia e di limone, la cannella, il succo di arancia, il succo di limone e l’aroma naturale di fiori d’arancio, fino a che non avrete ottenuto un composto piuttosto pastoso.
Tenete il ripieno in una scodella a parte, mentre preparerete la frolla.
Mettete nella scodella della planetaria le farine, il lievito, la cannella, lo zucchero a velo, il sale e il burro delattosato freddo a pezzetti. Azionate l’impastatrice e, quando le farine avranno assorbito bene il burro, aggiungete l’uovo. Quando la frolla sarà pronta, lasciatela riposare in frigorifero per circa 30 minuti, coperta da pellicola da cucina.
Passato il tempo d’attesa, stendete la frolla in un rettangolo dal lato corto di ca. 10 cm, ad uno spessore di ca. 3 mm. Mettete nuovamente in frigorifero l’impasto appena steso, per un’altra mezz'ora. Inumiditevi leggermente le mani e create con il ripieno allo zenzero un filoncino di ca. 1 cm di diametro. Adagiate il filoncino sulla pasta frolla stesa e avvolgetelo per bene in essa. A questo punto tagliate il rotolo che avrete ottenuto in pezzetti di 5 o 6 cm di lunghezza, decorando la superficie con l’aiuto di una bocchetta a stella da sac-a-poche.
Lasciate i cilindretti in frigorifero mentre accenderete il forno a 170°C. Una volta che quest’ultimo avrà raggiunto la temperatura, infornate i biscotti per ca. 10/12 minuti, fino a quando saranno lievemente dorati.
Sfornate e lasciate raffreddare prima di gustare, rigorosamente in compagnia di un buon amico!




 < [...] Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere. [...] E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.

...ed è così. Non posso che dedicare in special modo questa ricetta alla mia dolcissima chef Mimma. E' lei che mi ha regalato tanti profumati limoni e tante succosissime arance, direttamente dalla Sicilia, con le quali ho potuto creare questi cilindretti agli agrumi. Grazie, amica mia, per essere nella mia vita come solo tu sai fare; grazie perché ci sei, come un sole, a scaldare le giornate più buie! Sei unica e ti auguro tutto il bene più vero che si possa desiderare nella vita. Ti voglio bene!

E auguro tanto bene anche a tutti coloro che in questo momento hanno bisogno di credere nell'amicizia: tante volte capita di restare delusi, di avere a che fare con persone che sembrano volere tutto da noi senza restituire niente; capita di essere messi in un angolo solo perché osiamo essere noi stessi, diversi da quello che gli altri si aspettano da noi. 
Diamo tutto e sembra non essere mai abbastanza. Tanti dicono di capirci, di starci accanto, ma quando si tratta di dover perdonare, di dover comprendere debolezze e sofferenze, ci troviamo soli. Già, perché chi ama davvero sa di non essere perfetto. Chiede solo d'essere accettato per ciò che di vero può donare. 
Amicizia non è la quantità di tempo che si passa insieme: è come lo si passa, anche se fossero secondi in un mare di eternità. Amicizia non è la quantità di parole con cui ci si copre, ma qualità di queste; è anche silenzio, lontananza, però condita da fiducia. Chi ti ama non ti mette in dubbio mai, nemmeno quando hai palesemente torto o quando non ti parla da anni. Amicizia è un tesoro che dovete portare con voi, quando dite a qualcuno che terrete il suo cuore in mano. Non lasciate che nessuno vi dica che non siete buoni amici solo perché non vi hanno realmente compreso o accettato: ognuno di noi poi fa i conti con se stesso.
Non travisate mai, pertanto, il termine 'amicizia'. Questa ha un valore: potreste addirittura contare in tutta una vita i veri amici sulle dita di una mano. Ma quello che più conta è che non dovete disperare. Credete in questo bellissimo sentimento: siate voi stessi gli amici che vorreste avere accanto. Se ciascuno di noi trattasse gli altri con il rispetto che chiede per se stesso.. questo mondo sarebbe certamente pieno di amicizia vera ed amore. 

p.s. Lo so, gli agrumi non sono proprio di stagione ma.. questo la dice lunga sul tempo che ho avuto per condividere questi dolcini con voi. Meglio tardi che mai, no? 

Vi ringrazio di essere qui con me, sempre. 
Un abbraccio grandissimo!