domenica 26 febbraio 2017

Mastro Roberto e la follia del carnevale

Giungeva un periodo, durante l’anno, in cui a Venezia l’inverno pareva stancarsi del suo grigio e ghiacciato manto; un momento in cui la luce, dopo mesi di malinconia cupa e desolazione, riusciva a far breccia nel rigido cuore della stagione e a renderla infine gentile al cospetto di un’imminente primavera: era nuovamente Febbraio. La nebbia mattutina si innamorava delle placide acque dei canali e dei rii, sorridendo di un’aura dorata alle prime carezze del sole: come un vaporoso pensiero, avvolgeva soffusamente le sagome dei gondolieri più mattinieri, che ondeggiavano silenziosi tra il gorgoglio dei flutti mentre attendevano sulle loro imbarcazioni. Giocosi riflessi di luce, proiettati dalle superfici acquose, disegnavano tremanti fantasmi sulle pareti antiche delle costruzioni antistanti: un riverbero brioso animava così vecchi palazzi rinascimentali dal fulvo intonaco scrostato o muri dai delicati toni seppia, che mostravano qua e là piccole nudità di mattone.
Mastro Roberto, chiuso sin dalle prime ore del mattino nella sua bottega, ammirava estasiato quello spettacolo silente: dalle ampie vetrate incorniciate da travi di legno intarsiate, il chiarore dell’alba raggiungeva morbidamente le innumerevoli maschere in cartapesta appese alle pareti e i raffinati costumi appoggiati ai manichini; lunghe ombre si stagliavano alla base di svariati modelli in argilla, immobili su treppiedi e sistemati su tavoli di pino massello. I pennelli parevano godere di una placida quiete, abbandonati nei bicchieri colmi di acqua torbida, mentre i colori nelle loro scatole sembravano giacere ancora addormentati: ogni cosa restava come in ascolto di qualche voce nascosta nell'aria, mentre il mastro mascheriere legava lentamente il grembiule ai fianchi e aspettava l’ispirazione ricercando la voce delle sue Muse. Già da qualche giorno le strade si erano riempite delle grida festose del carnevale veneziano, di persone allegre e un poco folli, che sfoggiavano abiti e travestimenti meravigliosi, il più delle volte frutto dalla sua mente estrosa. Tra un calco e l’altro, infatti, prendevano vita tra le sue mani i volti più belli della commedia dell’Arte: bianchi e cerulei visi del Bauta, scure e ovali maschere della Moretta, volti di scherzosi Arlecchini o di pagliacci Mattaccini. E se c’era un colore che nella bottega di Mastro Roberto non mancava mai, quello era l’arancione: l’artigiano pareva proprio incarnare lo spirito vivace e frizzante di questo colore, che sapeva regalare energia e freschezza ad ogni sua creazione. Niente poteva distrarlo una volta immerso nel lavoro, e la dedizione era tanta che il maestro aveva più volte rischiato di non pranzare, se non fosse stato per l’assidua presenza di un giovane garzone che gli recapitava quotidianamente del buon pane fresco.
Così, anche quel martedì Roberto sentì bussare come di consueto tre volte, prima che la porta si aprisse scricchiolando e facesse il suo ingresso un ragazzo piuttosto trafelato, con una grossa sacca di stoffa tra le mani.
<Gianni, buongiorno!> lo accolse il mascheriere, sfoggiando un sorriso ampio e luminoso. Ma non fece in tempo ad aggiungere altro che il garzone lo interruppe: <Buongiorno? Ah, magari lo fosse! C’è così tanto fermento in giro che la gente pare impazzita!>
Il giovane poggiò goffamente il sacchetto sul bancone della bottega, urtando involontariamente un alto vaso colmo di piume giallo limone e recuperandolo prontamente poco prima che finisse per terra. Gianni sbuffò, sistemandolo ad un lato del tavolo in modo che non fosse più d’intralcio.
<Bon, un altro guaio scongiurato> disse infine sollevato, asciugandosi la fronte e lasciando scivolare la mano sugli occhi con fare costernato <Ecco il vostro pane, Mastro Roberto, ma non prendetevela con me se non è quello che siete abituato a mangiare. Oggi, anca el fornaro xe deventà bauco!>
L’artigiano sollevò le sopracciglia con fare stupito e si sistemò gli occhiali, guardando incuriosito qualche sottile sfilatino che faceva capolino dal contenitore di stoffa.
<Bauco?> domandò poi fissandolo da dietro alle lenti, che ingrandivano ancor più le sue iridi chiare <A bèmpo. E perché il fornaio sarebbe diventato matto?>
<Perché ha fatto del pane dolce. Dolce, capite?> rispose Gianni scandendo nitidamente con la voce le sue ultime parole, battendo le braccia sui fianchi <Niente a che vedere con quei bei bastoni colmi di cipolle saporite, quelle soffici focacce profumate di patate e aromi. Gnanca par idea! No sior! Canditi, sambuco e noccioline! Ringraziate questo assurdo carnevale, se la gente diviene all’improvviso più sciocca e irriverente!>
Mastro Roberto lo ascoltò divertito e, afferrando un bastoncino dolce, profumato e ancor caldo, lo assaporò compiaciuto.
<Io non li trovo così male, il panettiere ha avuto un’idea davvero estrosa! Sai ragazzo, non comprendo la tua ostilità nei confronti di una festa così colorata, allegra e fuori dagli schemi>
<Beh, se lo volete sapere è una ricorrenza che proprio non sopporto!> sbottò indispettito il giovane garzone, passando circospetto il dito sul profilo di uno strano viso in cartapesta, appoggiato ad asciugare sul bordo del bancone antistante <Sono io a non comprendere cosa ci troviate di tanto stimolante ed esaltante. Che bisogno c’è di indossare una maschera e mentire sulla nostra identità? Quale senso ha mostrarci per quello che non siamo e agire contro le regole del consueto vivere?>
Il mascheriere prese a massaggiarsi la mandibola, accarezzandosi la sottile barba incolta. Poi buttò le mani in avanti, scuotendo il capo vistosamente.
<Suvvia, figliolo. Lasciamo da parte l’ipocrisia. Pensi che ci si travesta solamente a carnevale?> domandò, sospirando <La realtà è che le persone indossano continuamente ruoli sociali, nomi di mestieri, stereotipi o giudizi che la società gli incolla addosso. Tutti recitano una parte, tutti diventano talvolta qualcun altro, senza necessariamente porre vistose maschere sul viso. Questa è considerata normalità, ma dimmi: non trovi ancora più folle quando, per qualche giorno, la follia è permessa davvero ed è considerata invece anormalità?>
Gianni scrollò le spalle, tradendo un certo scetticismo.
<Oh dai!> continuò Mastro Roberto, aprendo le braccia con arrendevolezza <Quanti costumi ogni giorno indossiamo, inconsapevoli o no, per sentirci all’altezza di questo severo mondo? Perché dovremmo biasimare chi paradossalmente li toglie tutti, una volta l’anno, per indossarne uno capace di farlo sentire all’altezza di se stesso? Ecco ciò che trovo curioso nel carnevale: talvolta pare che si smetta di portare una maschera quando si arriva ad indossarla veramente! Sì, perché durante questa festa, poiché se ne ha occasione, ogni persona osa: corre il rischio di lasciarsi andare, sicura che nessuno potrà farla sentire sbagliata, inadeguata o in colpa, nel mostrare quella parte di se che normalmente nasconde per decoro o per vergogna>.
<Un gran paradosso, lo devo ammettere> commentò il giovane garzone, corrugando le sopracciglia nel notare la bruttezza di un lungo naso adunco che spiccava su una testa in creta, sagomata su un treppiede <Però ve lo concedo. Forse sì: ora che mi ci fate pensare, pare proprio che tra coriandoli e travestimenti la gente si conceda il lusso della libertà, lontano da giudizi o pregiudizi di sorta>.
<Pregiudizi come il tuo, mio caro ragazzo> puntualizzò Mastro Roberto con tono sarcastico e un poco pungente, puntando verso di lui un pennello grondante di tempera chiara <Certo, un mondo privo di maschere sarebbe auspicabile, ma temo impossibile: la vera nudità dell’anima spaventa, rende troppo vulnerabili oggigiorno. Ma se non si può fare a meno di un travestimento, per proteggerci o difenderci, facciamo almeno che non serva per ingannare o nasconderci, ma per comunicare qualcosa di bello che abbiamo dentro. Qualcosa di innocente, divertente e sincero>.
Gianni non disse più nulla ma l’entusiasmo del mascheriere doveva averlo contagiato, dato che l’artigiano lo vide distratto e sorridente mentre girava per la bottega studiando con curiosità una gran quantità di costumi e travestimenti: pareva infatti che anche il garzone avesse abbandonato tutto il suo scetticismo e fosse stato rapito dalla voglia di colore, di allegria e di sovvertimento del quotidiano vivere. Tuttavia quella pace dei sensi durò solo fino a che l’antico orologio di Mastro Roberto suonò i dodici rintocchi del mezzogiorno.
<Ma che ora che xe?> disse il ragazzo, ritornando improvvisamente alla realtà <E adesso chi lo sentirà il fornaio? Perdonatemi, ma vi devo lasciare. Sarà meglio che ritorni al panificio più veloce che posso, o saranno guai!>
Gianni si affrettò così verso la porta, stringendo ancora nelle mani una buffa maschera variopinta. Fece per tornare indietro per posarla sul bancone, ma Mastro Roberto lo fermò.
<Cosa fai? Corri, corri! E tienila, se lo desideri> ridacchiò l’uomo <Se non altro per oggi smetterai di travestirti di un ruolo che piace gli altri, per indossarne finalmente uno che piace a te!>







Sfilatini dolci alla farina integrale con sciroppo di sambuco, macedonia candita e arachidi salate
(senza lattosio, vegan)

200 ml di acqua
200 g di farina 00
200 g di farina Manitoba W350
50 g di farina integrale Antiqua W400 Molini Bongiovanni (grazieee, Mastro Roberto!)
75 g di macedonia candita
50 g di arachidi salate
15 g di lievito
15 ml sciroppo di sambuco
15 ml olio d’oliva
10 g di zucchero di canna
3 g di sale fino
1 cucchiaio di estratto di vaniglia naturale
1 cucchiaino di malto d’orzo

Sciogliete nell'acqua tiepida il lievito fresco con il cucchiaino di malto d’orzo. Ponete nella planetaria le farine e lo zucchero. Azionate la macchina con il gancio a foglia e aggiungete l’acqua con il lievito e il malto, poco alla volta. Quando il liquido sarà ben inglobato, aggiungete lo sciroppo di sambuco, l’olio d’oliva e l’estratto di vaniglia. Lasciate lavorare il robot finché l’impasto si sarà compattato. Inserite a questo punto il gancio a spirale, unite la macedonia candita e le arachidi salate. Dopo qualche minuto aggiungete il sale. Lasciate che l’impasto incordi, ci vorranno circa 20 minuti. Mettetelo a raddoppiare di volume in un luogo caldo (ca. 24°C) per circa 1 ora e mezza. Passato il tempo di attesa, stendetelo a forma di rettangolo e ricavate da esso longitudinalmente delle striscioline larghe ca. 1 cm. Trasferitele su una teglia coperta di carta forno e ponetele un’altra mezz'ora a lievitare al caldo. Accendete il forno a 200°C e infornate gli sfilatini dolci nella parte bassa del forno, abbassando la temperatura a 180°C. Lasciate cuocere fino a doratura, ossia circa 15 minuti, prima di sfornarli.

Immancabile è infine una dedica speciale per una persona altrettanto speciale: questo racconto è tutto per te, Roberto! E' per la tua anima allegra, profonda e luminosa; è per l'arancione che irradi da dentro, per la simpatia e il sorriso che sai donare a chiunque ti incontra. E' per la gratitudine di aver incrociato il mio e il nostro cammino, con la tua unicità: un cammino che non mancherà mai di essere ricco di colore e affetto sincero da donarti. Non cambiare mai!

Buon carnevale a ciascuno di voi, sia a chi lo festeggia che a chi preferisce non festeggiarlo. La cosa che conta è che vi sentiate liberi di essere chi desiderate davvero, oggi e sempre, noncuranti dei giudizi e delle giornate cupe: colorate i vostri giorni con i toni che più amate, sicuri della loro bellezza perché diranno qualcosa di vostro solamente. Giocate, ridete, gioite e riempite con un po' di sana follia la quotidianità: oggi non solo sfilate, ma...sfilatini per tutti! Hehehehe...

Un abbraccio e a presto!


mercoledì 11 gennaio 2017

La pagnotta di Johanneta Cauda

Ci fu un tempo in cui la notte avvampò delle luci di innumerevoli roghi. Ci fu un tempo in cui povere anime salirono al cielo, strappate del loro corpo e private delle loro ali, tra lacrime e fiamme; in cui l'innocenza fu tradita in nome della prepotenza e la bellezza fu additata come arma del demonio.
Ci fu un tempo in cui il vento disperse lontano il dolore, la paura, la fine di un incubo voluto dall'ignoranza, nella danza silente di pulviscoli di cenere rossi come il sangue. 
Ci fu un tempo in cui l'ipocrisia chiamò il peccato 'donna' e la donna fu chiamata 'strega'; in cui l'autentica colpa si cammuffò da giustizia e assassinò la purezza. 
Quel tempo semplicemente non fu: è ancora. E la notte non cessa di avvampare degli eterni roghi della barbarie. 

Johanneta quella barbarie la conobbe, una lontana notte di agosto dell'anno 1428. Il cielo piangeva stelle, mentre lei piangeva dolore. La luce cerulea della luna accarezzò per l'ultima volta il suo viso ormai spento, allungando le sue braccia materne al di là di una piccola feritoia ricavata all'interno di un muro possente del maniero di Cly.
<Verrai via con me> le sussurrava silente, illuminando i suoi capelli folti e crespi di una decisa luce argentata <Manca poco, verrai via con me>.
E la donna attendeva la liberazione della morte per la sola colpa che aveva avuto di vivere.
Là fuori il vento strillava rabbioso tra le vette, testimone dell'ingiustizia umana; urlava scuotendo le cime dei pini, facendo fuggire persino le nuvole in cielo. Gridava con la voce che Johanneta aveva perduto, privata dell'aria che ossigenava i polmoni e che un tempo aveva il profumo della sua libertà.
Le sue labbra crepate dalla sete erano sepolcri non meno delle segrete che l'avevano ospitata fino a quel momento, gelide e umide fino a far marcire le ossa, le stesse che Johanneta non riusciva più a sentire. Le lacerazioni attorno alle caviglie, strette da vecchie catene, avevano smesso di bruciare; le ferite sulla schiena ormai non la tormentavano più: il sangue colava fino a rapprendersi sul suo liso camice di lino, ma la sua pelle era ormai anestetizzata. La chiamavano strega e non ci fu un solo giorno di prigionia in cui non avrebbe voluto esserlo davvero, perchè una fattucchiera avrebbe certo saputo fuggire, avrebbe sanato le sue ferite e punito i colpevoli di quell'atroce giudizio. 
Eppure, di fronte alla crudeltà dell'uomo che godeva nel torturarla come fosse il capro espiatorio dei suoi più infimi peccati, Johanneta immaginò che non avrebbe comunque avuto scampo: fu accusata solo d'esser 'donna', non importa quale termine o pretesto avrebbero scelto per giustificare la loro perversione. Ma ora doveva solo resistere ancora un poco. Era quasi finita e stremata si affidò alle carezze della luna, mentre con l'esile mano recuperò tremante una piccola fiala da sotto il grezzo giaciglio di sterpi. Quello, l'aveva giurato, sarebbe stato l'ultimo gesto di compassione verso se stessa; sarebbe stato quel tragico ed estremo atto d'amore verso un'anima di cui nessuno aveva avuto rispetto, né pietà. Sarebbe stato un atto di forza, non più di sottomissione: perchè Johanneta andò incontro al suo destino a testa alta, distrutta dal dolore ma ancora viva. Avrebbe abbracciato la silente luna con coraggio, dimostrando di essere sopravvissuta alla meschinità senza chiedere clemenza; avrebbe raggiunto il cielo tra le fiamme in completa compostezza e dignità: quella dignità, propria di ogni donna, che un uomo può ferire, sporcare o ledere, ma mai uccidere. 
E quella notte d'estate bevve l'ultimo dono che le fece la terra, avvelenando dolcemente d'amore il suo cuore, fino a stordirla. 
Johanneta potè solo sentire in lontananza i passi dei persecutori avvicinarsi, rimbombando tra i corridoi delle prigioni; potè solo scorgere vagamente le luci delle torce che le avrebbero dato il riposo eterno. L'11 agosto dell'anno 1428, dopo settantuno giorni di atrocità, fu bruciata sul rogo nel borgo di Chambave: dopo l'esecuzione di Johanneta ne seguirono altre, e altre ancora. Molte ingiustizie vennero perpetrate ai danni di giovani e anziane innocenti. Sopra quelle pire non moriva solo una donna: ad ogni rogo morivano tutte le donne...

Il tempo è passato ma le streghe continuano a bruciare, tra i roghi di un'ignoranza umana che non conosce confini né redenzione. Ancora oggi, con la morte di ogni donna offesa e torturata dalla prepotenza e dall'egoismo, muore con ciascuna di essa un milione di altre donne. 
Ma ciò che i persecutori non sapevano, in passato come nel presente, è che la maledizione più grande non era quella che le presunte streghe esercitavano sugli uomini: era quella che gli uomini stessi attiravano a sé, condannando la loro anima per sempre. Ciò che gli inquisitori non sapevano era che il demonio non era nell'innocenza che davano brutalmente alle fiamme, invasati da chissà quale perversione, ma era quella che abitava nel loro cuore di pece. E non c'è pece che non bruci con la giusta punizione, se non al cospetto della giustizia umana, almeno di fronte a quella divina. 

Johanneta Cauda non fu un'invenzione, ma fu una donna coraggiosa realmente esistita. Una donna a cui oggi voglio dare tributo e onori, un'anima che ora brilla tra le stelle e aleggia ancora tra le mura del maniero di Cly, a pochi chilometri da Aosta. Lei vi aspetta, attende ciascuna donna che voglia percepire la sua presenza tra le poche mura rimaste del castello. Tra i sibili acuti del vento, in un silenzio quasi assordante, vi ricorderà che nessun demone ha il diritto di cancellare la vostra anima distruggendo chi siete: nessuno dovrà bruciare la vostra carne, maledire la vostra vita. 
Johanneta vi ricorderà che la vostra dignità di donna non ha prezzo, che dovete camminare a testa alta e combattere i soprusi con tutte le vostre forze. Perchè noi, noi donne, siamo 'streghe' con orgoglio. 








Vi invito tra le pagine del nuovo Taste&More, il primo di questo nuovo anno, per conoscere una ricetta che mi è molto cara. Un pane rustico, aromatico, profumato di frutta secca, mele, uvetta e grappa. Una pagnotta che ho dedicato alla cara Johanneta Cauda, con quell'amore che lei sa. 



A presto con nuovi racconti, amiche e amici. Nella mia ricerca di quiete, qualcosa il mio cuore lo sta sussurrando.
Intanto vi abbraccio con affetto.

mercoledì 7 dicembre 2016

Le castagne di Arimino e... il giveaway delle feste!

In quel grigio e freddo mattino di dicembre, la pioggia cadeva scrosciante nella fitta foresta di Dean. Accanto ad uno scuro e fangoso sentiero, piccoli rivoli d’acqua gorgogliavano cercando di fluire lontano da un terreno ormai saturo, mentre una impalpabile nebbiolina impediva persino di vedere troppo lontano, colmando l’aria di una forte umidità e di un penetrante odore di licheni, funghi e sottobosco. Non v’era un fiato, non v’era un suono che indicasse vita tra quei desolati, alti e intricati rami di quercia, protesi verso un cielo plumbeo e intrecciati tra loro come anime in pena.
L’inverno nella contea di Gloucestershire giungeva infatti ogni anno con il suo carico di oscurità, di nuvole e di solitudine, lasciando spazio solo molto tardi alla tanto attesa primavera: sebbene gli abitanti del borgo fossero abituati ai rigori della fredda stagione, per nessuno era tuttavia semplice resistere al gelo e ai pungenti acquazzoni, che allagavano spesso i pochi campi coltivabili. Ciascuno si arrangiava dunque come poteva, dedicandosi alla raccolta di frutta secca, castagne o quant'altro il bosco offriva, per sopperire all'inevitabile carenza di provviste. E Arimino lo sapeva bene, costretto a sfidare per l’ennesima volta le intemperie per un soddisfacente bottino di marroni. Quel mattino il contadino non avrebbe mai voluto uscire di casa: come era consuetudine, pareva sempre che le tempeste peggiori imperversassero nel cielo quando aveva necessità di recarsi nella foresta. Probabilmente, pensò tra sé e sé parecchio infastidito, avrebbe di gran lunga preferito essere lasciato in pace davanti ad uno scoppiettante camino in pietra, cullato dal silenzio e dal torpore; o forse no, si ritrovò subitamente a riflettere, poiché era talmente agitato e nervoso che non avrebbe resistito a lungo, chiuso tra quattro pareti e tenuto in ostaggio dai suoi tristi pensieri.
Armino iniziò a sfregare nervosamente le mani l’una contro l’altra, portandole alla bocca e soffiandoci dentro un po’ di fiato caldo. Poi si strinse nel suo lungo tabarro, quasi zuppo d’acqua, mantenendo un passo svelto e sostenuto per raggiungere quanto prima la radura dei castagni: la suola dei suoi pesanti stivali in cuoio perdeva talvolta attrito su un tappeto di foglie ormai marcio, rendendo la sua andatura instabile e oltremodo sgraziata.
<Ti stupisci ancora, vecchio mio?> si disse, bofonchiando ironicamente a bassa voce <Poteva attenderti almeno una gelida giornata di sole? Certo che no, che vai pensando. Per te le cose devono essere sempre più complicate, o non ti chiameresti più Arimino!>
L’uomo scosse la testa, mordendosi il labbro stizzito e passando la mano sulla folta barba rossastra nel tentativo di asciugarla inutilmente dall'umidità della pioggia.
<E vorresti anche trovare delle buone e dolci castagne, non è così?> rincarò la dose, sibilando tra i denti <Con la fortuna che ti ritrovi, non ne sarà rimasta nemmeno una; e se le troverai, saranno sicuramente tutte bacate: non è ciò che capita sempre?>
Arimino sbuffò energicamente, come se già conoscesse l’esito di quella infelice uscita dicembrina.
Giunto a destinazione, intirizzito e tremante di freddo, estrasse da sotto al mantello una consunta bisaccia di cuoio. La aprì, legandola stretta alla cintura che portava in vita, in modo che non fosse troppo d’impiccio: iniziò la sua ricerca svogliatamente, addentrandosi ai lati del fangoso viottolo e scostando le fronde con un grosso e nodoso bastone. Passò del tempo, che all’uomo parve un’eternità. La desolazione che aleggiava tra gli arbusti aumentava il senso di inutilità e di smarrimento del povero contadino, rassegnato all'idea di aver passato un paio d’ore alle intemperie per ottenere effettivamente solo una dozzina di castagne e qualche sporadico pinolo celato sotto alcune scaglie di pigne, cadute ai piedi di un grosso pino cembro.
Per l’ennesima volta, guardando il suo magro bottino, si sentì deluso e sentì di aver solo sprecato un’altra giornata. Ma ormai la sua rassegnazione nei confronti del destino si era trasformata in qualcosa di molto simile al cinismo.
<La tua solita buona sorte> sussurrò a se stesso senza troppa sorpresa, sollevando con aria di superficialità le sopracciglia. Arimino richiuse la bisaccia e, considerando i dolori da umidità nelle ossa, decise di ritornare al vecchio borgo immediatamente. L’uomo percepì un intenso brivido corrergli lungo la schiena e premette sul naso il dorso di un guanto, come per bloccare una fastidiosa percezione di prurito alle narici: strizzò gli occhi per resistere all’impulso di starnutire ma fu del tutto inutile.
<Ecco qui. Secondo me ora di domani avrò anche un bel raffreddore!> sbottò indispettito, mentre faceva del suo meglio per uscire da un intricato groviglio di rovi per riportarsi sul sentiero battuto. Tra qualche graffio e qualche resistenza, il contadino finì per raggiungere la via che l’avrebbe ricondotto a casa: nel tentativo però di ripulirsi dalla terra che si era depositata sui suoi abiti lunghi e sul fondo del mantello, si accorse però di un largo squarcio sul lato del suo contenitore di cuoio. Per un istante smise di percuotere il fondo del tabarro rimanendo interdetto e senza parole. E quando si rese conto d’aver perduto anche il poco che era riuscito a racchiudere nella sacca, spalancò i grandi occhi verdi sentendosi avvampare dalla rabbia.
<Al diavolo!> gridò al cielo, con il volto paonazzo <Non è possibile che il destino mi sia sempre così avverso! Qualcuno deve avercela con me, per forza di cose. Qualcuno mi avrà maledetto o mi avrà augurato di non farne una giusta in tutta la mia vita!>
Il contadino sentì salire al capo perfino il sangue, mentre gesticolava vistosamente imprecando dai nervi.
<Vorrei proprio sapere chi è quel disgraziato! Vorrei proprio domandargli cosa gli ho fatto per meritare la sua inimicizia e questa negatività!> gridava con voce roca e profonda, spalancando le braccia e gettandole verso l’alto.
<Ma ora basta. Adesso dovunque tu sia, spero proprio che tu… che tu…> continuò, incapace di stare fermo. E alla fine, esasperato, esplose: <Che tu perda l’equilibrio, inciampi e qualcosa ti cada pure in testa!>
Ma fu proprio allora che Arimino, lanciando con stizza un calcio nel vuoto, finì per sbilanciarsi un po’ troppo, scivolando su alcune viscide foglie ai lati del sentiero. Cercò d’istinto di aggrapparsi a qualcosa, ma trovò solo un debole ramo che non riuscì a sorreggere il suo importante peso: finì così seduto nel fango, stordito da una dura pigna che piovve dall'alto come la ciliegina su una torta.
Avrebbe giurato che per l’ennesima volta la sua proverbiale sfortuna avesse colpito ancora, quando smise improvvisamente di sbraitare: si osservò coperto di fango e si massaggiò i fulvi e scarmigliati capelli, nel tentativo di lenire la sensazione di dolore alla testa. Dopo qualche istante di silenzio, capì quale fosse la semplice verità. Scoppiò allora a ridere come un bambino: aveva infatti appena compreso che, di tutte le negatività che il mondo talvolta già ci regala di suo, le peggiori sono quelle che inconsapevolmente o no, per timore o per insicurezza, scegliamo in prima persona di augurare a noi stessi. E, come fossimo i soli colpevoli del nostro pessimismo, finiamo per subirle davvero.
Così da quel giorno, Arimino giurò tra la pioggia che avrebbe per sempre smesso di essere il primo nemico di se stesso.





Panini dolci allo zucchero di foresta con marron glaces, pinoli, cioccolato fondente e glassa al liquore di castagne
(senza lattosio)

125 g di farina 00
100 g di farina Manitoba 1
100 ml di latte delattosato
60 g di zucchero di foresta (Arenga Pinnata)*
40 g di farina Manitoba 0
40 g di burro delattosato
10 g di lievito di birra fresco
2 g di sale
1 cucchiaino di scorza di limone
1 cucchiaino di cannella
1 uovo 

*sostituibile con zucchero di canna integrale. A me l'hanno regalato, visto che sono anemica come un vampiro e dicono contenga ferro. Ma garantito, è come un Muscovado anche di sapore!

Per il ripieno
200 g di marron glaces in pezzi
70 g di gocce di cioccolato fondente
40 g di pinoli 
1 cucchiaio di liquore di castagne (Papà Marcel)

Per la decorazione
1 uovo + 2 cucchiai di latte delattosato
80 g di zucchero a velo
2 cucchiai di liquore di castagne (Papà Marcel)

Sciogliete il lievito di birra fresco nel latte, unendo un cucchiaio di zucchero di foresta che toglierete dal totale. Mettete nella planetaria le farine, lo zucchero restante, la cannella, la scorza del limone. Avviate il robot da cucina e aggiungete il latte con il lievito un poco alla volta, facendolo assorbire bene. Unite l'uovo leggermente sbattuto e lasciate che venga incorporato totalmente. Aggiungete poi in tre riprese il burro a pomata e infine il sale. Lasciate lavorare il gancio finché il composto non si staccherà dalle pareti della scodella e avrà assunto una certa consistenza: questa operazione potrà richiedere un poco di tempo. 
Trasferite l'impasto in una ciotola imburrata e lasciate lievitare coperto in un luogo caldo per circa 1 h e 30 (o comunque fino al raddoppio).
Nel frattempo preparate il ripieno. Unite i marron glaces a pezzetti alle gocce di cioccolato fondente e ai pinoli. Aggiungete un cucchiaio di liquore di castagne e lasciate macerare.
Riprendete l'impasto, sgonfiatelo e stendetelo formando un rettangolo non più basso di 8 mm. Cospargete la superficie con il ripieno e arrotolatelo per il verso lungo. Tagliatelo a fettine larghe ca. 2 cm e sdraiatele su una teglia coperta di carta da forno, ben distanziate, con il lato piatto rivolto verso l'alto. Lasciatele lievitare ancora in un posto caldo per ca. 1 h. Accendete infine il forno a 180°C. Mentre attenderete che raggiungerà la temperatura, sbattete un uovo in un bicchiere insieme a due cucchiai di latte e spennellate lievemente la superficie dei panini. Infornateli per 12/15 minuti. 
Quando saranno raffreddati, miscelate lo zucchero a velo con due cucchiai di liquore di castagne, regolandovi a seconda di quanto gradite densa la glassa. Cospargete i panini dolci con la glassa aromatica e gustateli... augurandovi le cose più belle!

Amiche e amici cari, spesso e volentieri capita di vivere periodi molto bui e grigi, specie di questi tempi. Capita di sentirsi stanchi e privi di energia, tristi e senza speranze. E quando capitano momenti così pesanti, pare che tutto concorra ad allontanarci dalla buona sorte per far sì che le cose vadano sempre peggio. E' tanto vero che la vita a volte mette a dura prova, ma è altrettanto vero che non c'è peggiore negatività di quella alla quale crediamo di 'rassegnarci'. Quando la sorte ci fa cadere, riusciamo a capitolare più volte non perché la vita stessa ci impedisce di rialzarci, ma perché inconsciamente iniziamo a credere di meritarci di stare a terra; non è la negatività che a volte il destino ci impone di combattere che ci allontana dalle cose belle: è quella che ci infliggiamo da soli, quella con la quale ci riempiamo il cuore convinti che non ci sarà mai nessuna fortuna sul nostro cammino. 
Come potrete pensare di raggiungere sogni e obiettivi, se li allontanate di vostra iniziativa? 
L'augurio che vi faccio, in questo freddo inverno, è quello di riempirvi di tanta positività e di luce con la quale sconfiggere ogni negatività: ricordate che il destino può farvi inciampare una volta, ma che non dovete credere di essere incapaci di camminare per questo motivo; non dovete credere che le fortune non verranno solo perché avete conosciuto qualche nube qua e là. Come Arimino ha compreso, le negatività più grandi non arrivano mai dall'esterno ma dal profondo del nostro cuore: ci meritiamo ciò che ci auguriamo. Perciò, vi auguro solo tante, tante cose meravigliose: non siate mai più nemici di voi stessi!



E potevo lasciarvi senza un augurio un poco speciale? Proprio in occasione del Natale, voglio invitarvi a partecipare ad un nuovo giveaway del bosco. Spero di fare cosa gradita e spero che in questo modo qualcuno di voi mi sentirà ancora più vicina in queste festività: come sapete il senso del mio scrivere è proprio quello di restare accanto a chi amo, con un po' di immaginazione e fantasia. E vista l'uscita da poco del mio libro, ho pensato di lasciare alla sorte la decisione di omaggiare qualcuno di una copia insieme ad un piccolo pensiero. Ovviamente ci saranno anche un secondo e un terzo premio, semplici pensieri ma con tutto il mio affetto!

Come partecipare? Al solito, niente formalità. Basta solo scrivere un commento qui sotto o sul post di facebook, con espressa volontà di partecipazione e vostro nome. 
Solo questo, niente più.
Non dovete seguirmi per forza, non dovete mettere pollicioni alzati, non dovete fare nulla in cambio. 
La festa è libera per chiunque vorrà divertirsi! :)
Il giveaway inizia oggi, 7 dicembre 2016, e si concluderà il 31 dicembre 2016 alle 24.00.
Ad ognuno verrà assegnato un numero progressivo e l'estrazione dei tre vincitori sarà effettuata entro il 7 gennaio 2017!

Il presente giveaway non comporta alcuna violazione delle norme su concorsi a premi, poichè rientrante nella previsione di cui all'art. 6 lett. d) del DPR 430/2001.

Un abbraccio forte e a presto!

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06/01/2017
Aggiornamento lista partecipanti al Giveaway di Natale 2016 (se ho dimenticato involontariamente qualcuno fatemelo sapere!)

1- Cecilia Sacchetti
2- Monica Ruggiti
3- Damiana Casillo
4- Beatrice Rossi
5- Simona Milani
6- Mimma e Marta
7- Mimma Morana
8- Chiara Giglio
9- Angelica
10- Sabrina
11- Silvia Brisigotti
12- Ale Uriselli
13- Gwendy
14- Lina (Oggi vi cucino così)
15- Erika Paravano
16- Simo
17- Valentina Spinetti
18- Ilaria Renzi
19- Rosa Celeghin
20- Carmen Petrone
21- Cecilia Concari
22- Ketty Valenti
23- Marianna Manzi
24- Alessia Callegaro
25- Terry Giannotta
26- Federica di Marcello
27- Tatiana Bruni
28- Daniela Agnes Asprone
29- Rosalba Lombardi
30- Lina Martire
31- Rose Duster

A breve le tre estrazioni con tanto affetto! E grazie, amiche bellissime, per aver partecipato. Buon anno e infinite cose belle! 

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...ed ecco che finalmente riesco a pubblicare il video dell'estrazione. Chiedo umilmente scusa per il ritardo con il quale questa volta lo faccio, ma ho avuto qualche problemino tecnico con l'importazione. Mi auguro che possiate perdonarmi, al prossimo giveaway cercherò di essere puntuale come sempre!
E ora a voi, dal mio random super colorato (eheheh, ne vado fiera), l'estrazione dei tre vincitori.

Complimenti a:

14- Lina (Oggi vi cucino così) che si aggiudica il premio n°1!
29- Rosalba Lombardi che si aggiudica il premio n°2!
  3- Damiana Casillo che si aggiudica il premio n°3!

video


...al prossimo giveaway e grazie come sempre per la partecipazione.
Un abbraccio!


martedì 8 novembre 2016

La leggenda dei fiocchi d'inverno

Un fiocco, un altro e un altro ancora: un piccolo frammento di cielo, di nuvola, di ghiaccio; una lacrima gelida che si scioglie lentamente nelle mani, bisognosa di conforto e di calore dopo un interminabile viaggio verso la terra. 
Cade la neve e l'inverno stende una candida coperta sul mondo, coprendo tutto ciò che è visibile per indurci a cercare l'invisibile: un silenzio ovattato in cui i pensieri talvolta sanno essere assordanti più del rumore, in cui per forza di cose il freddo arriva a scuotere anche il profondo dell'anima, costretta talvolta a fare i conti con le assenze al di là delle presenze; con i vuoti al di là di ciò che già si possiede. Davanti a candele accese, a luci morbide che brillano soffuse tra i rami degli abeti e tra i ricordi, finiamo per bagnarci gli occhi di nostalgia e di smarrimento, mentre cerchiamo disperatamente di udire una voce che non c'è più o di incrociare un volto che da troppo manca. 
La solitudine interiore fa percepire maggiormente i tremori del buio invernale, aumentando il senso di tristezza o di abbandono. 
Eppure non dovremmo mai dimenticarci che è proprio quando tutto si spegne, che si accendono le luci più belle; non dovremmo mai scordare che le voci degli angeli sono troppo delicate per essere ascoltate tra il frastuono della quotidianità. E chiedono il silenzio per essere davvero udite.
Perfino l'inverno lo sa: se da un lato addormenta la terra, la priva di vita e colore, rendendola gelida e arida, non manca di offrire in cambio un vero e proprio miracolo.

E' la leggenda dei fiocchi d'inverno, un'antica credenza che parla di un momento speciale dell'anno in cui cielo e terra si incontrano; in cui si spalancano le porte del Paradiso e abbiamo l'occasione di comunicare con le anime dei nostri angeli più cari, sentendo finalmente la loro presenza più forte che mai. Perciò, se la stagione fredda vi sembrerà troppo malinconica e triste, non dimenticate questo segreto.

Sarà allora che... " [...] raccoglierete tra le mani un fiocco incantato, chiuderete gli occhi, vi concentrerete e penserete intensamente ad una persona cara che vi manca, che vorreste accanto. Affiderete al suo ricordo tutto il vostro amore, i vostri desideri e le vostre speranze; affiderete al cielo le parole che avreste voluto dire e che non avete potuto pronunciare. Presto, molto presto, il vostro angelo si farà sentire più vicino che mai: in un sogno, in una coincidenza speciale, in un segno che solo voi percepirete. [...]".
Abbiate fiducia, perchè gli angeli non sono mai, mai lontani come talvolta immaginate.

E in attesa che si compia questo sorprendente incanto, vi faranno compagnia questi fiocchi soffici, dolci e aromatici, in grado di ricordarvi le cose buone che si nascondono anche nel buio. 
Vi aspetto su Taste & More n°23, con le altre bravissime ragazze che hanno dato vita a questo numero.





Mele secche, caffè e zenzero candito; cioccolato bianco, cocco, miglio e spezie.. vi avvolgeranno in un abbraccio confortante e tiepido, per un inverno tenero e indimenticabile.
Un bacio grande e pieno di bene a tutti/e. 
A presto!














giovedì 29 settembre 2016

'Il Rovo di Bosco. Racconti e ricette per i sensi e per l'anima'

Oggi è il 29 settembre. Ed è il mio compleanno. 
Quanti di voi mi conoscono, sanno che non ho mai amato particolarmente festeggiarmi, forse perché in giorni come questi si riflette di più, si fanno bilanci e si percepiscono le emozioni dieci volte tanto, positive o negative che siano. 
Eppure in questi anni, da quando vi ho incontrato, la solitudine che da sempre mi accompagna si è trasformata in presenza, dolcezza e condivisione. 
Tutto questo grazie a voi, il dono più bello che potessi ricevere: un dono che dura tutto il giorno, tutti i giorni, non solo una volta l'anno. Se solo si potesse esprimere il sincero affetto che mi lega a voi, la riconoscenza, la gratitudine, credo che non basterebbero milioni di righe, centinaia di fogli o quaderni che amo riempire. Sì, perché ciascuno di voi ha colorato il mio mondo, il mio piccolo bosco, tanto spesso solitario e nascosto, in un modo del tutto originale: c'è chi è arrivato in fondo al mio cuore, chi mi ha insegnato tanto in cucina, chi mi ha ascoltata; chi ha pianto con me, chi ha riso con me; chi mi ha dato coraggio, chi mi ha sopportata e anche perdonata. C'è chi non mi ha fatto sentire più sola né incompresa. E, soprattutto, amata. Esiste qualcosa di tanto grande che potrei fare per voi, per ripagarvi anche un poco? Mi avete accolta con i miei difetti, forse più numerosi dei pregi. Con la mia incapacità di vivere come una persona comune, con le mie debolezze e con la semplicità che vi contraddistingue: unica.
Per questo oggi dedico a tutte/i voi questa piccola ma sentita raccolta. 
Una minuta opera, forse come tante, ma che vuole raggiungervi sicuramente per starvi vicino. Non vanto un grande nome, non vanto chissà quali capacità. Questo è solo un modesto passo in confronto a quelli che molte di voi hanno fatto, per le quali sono immensamente felice: ma è un passo comunque significativo per me. 
Quando ho iniziato a soffrire, anni fa, ho iniziato a lottare. E ho sempre voluto imparare dal dolore, perché non fosse vano. Ho sempre desiderato che nessuno provasse lo sconforto e la solitudine che scava fino nel fondo dell'anima e annienta. Ho iniziato a scrivere non perché per me essere scrittrice significa vedere il proprio nome sulla facciata di un testo: ma perché volevo che le mie parole raggiungessero chiunque potessi aiutare, confortare, abbracciare... 'attraverso' un testo. Ho sempre voluto la gioia degli altri, perché so che significa non averne per me.
Perciò... a chi mi ama, a chi amo e anche a chi non mi corrisponde, sì. Tutto il mio cuore.
E' per voi, per voi tutte/i. Vi mando un pochino di me, se lo gradirete. 

Edita da Edizioni Eventualmente. da oggi potrete trovare nelle librerie e online, presso LaFeltrinelli, Ibs, Amazon, LibroCo, Rizzoli e Libreria Universitaria, la raccolta di alcune delle più belle storie e ricette de 'Il Rovo di Bosco', insieme a tanti nuovi racconti dal mio cuore al vostro. 
(p.s. chiedo scusa per l'eventuale attesa nella spedizione in alcuni siti online. E' l'inizio, ma presto presumo ci sarà più disponibilità!)






Spero che questo lavoro possa piacervi. 
Io continuerò ad aspettarvi qui, appena posso, per condividere nuovi racconti e ricette, nuovi progetti futuri e tanta, tanta voglia di volervi bene. 
Così, nell'unico ma sentito modo che io possa mai donarvi.
Vi abbraccio. 

lunedì 19 settembre 2016

Danzate, o Menadi, con Taste n.22!

Ci sono momenti in cui l'autunno non giunge solo per i cespugli, per le chiome degli alberi e per i fiori nei prati. Ci sono istanti in cui non sono soltanto le foglie, ormai dipinte di ruggine e ottone, a cadere a terra inermi e a coprire i sentieri di una tenera malinconia: esistono periodi della vita in cui questa stagione arriva anche per noi, intimamente e lentamente, addormentando l'energia e l'allegria che ci avevano pervaso nelle estati della nostra quotidianità. 
Un amore perduto, un sogno infranto, una speranza disillusa. Una delusione profonda, un fallimento personale o professionale, un inaspettato tradimento che ci fa perdere la fiducia nelle persone e nelle cose. Ed ecco che ad uno ad uno i nostri petali cadono, lasciandoci nudi e in balia della rassegnazione, del dolore o talvolta anche della rabbia. 
<E' tutto finito> ci diciamo, quasi privi di forze e di energia per continuare <Ormai non è più il mio tempo, non c'è posto per me>. Non ci sentiamo più degni di niente e pensiamo che ormai <il meglio se n'è andato per sempre>, cogliendoci impreparati quando il sole, il caldo e l'abbondanza erano venuti a farci visita. 
E noi non l'avevamo capito. 
Eppure, proprio guardando quegli arbusti apparentemente privi di vigore e abbondanza, dovremmo accorgerci in realtà di quanto l'autunno non sia ciò che credevamo fosse: non è decadimento, non è il termine di qualcosa. E' proprio quando tutto pare appassire, che il cielo si trasforma in un fuoco meraviglioso; è quando i rami si spogliano che i sentieri si trasformano in tappeti d'oro, rame e seta; è quando non ci sono più germogli, che ci vengono offerti i frutti più dolci, succosi e belli. 
Smettete di pensare che nulla fiorirà più. Smettete di convincervi di avere perso qualcosa per sempre, o di non avere più sogni da realizzare. Siate come le Menadi votate a Dioniso, che si inebriavano del dolce nettare dell'uva, di canti e danze lunghe fino all'alba, senza avere timore di reclamare la vostra parte di felicità, di vittorie e di emozioni.
Siate meravigliosamente 'folli', allontanatevi da ciò che sembrate apparire per riscoprirvi ciò che non sapevate nemmeno di poter essere, lontano da schemi e preconcetti.
Non è mai tutto finito. 
Dite a voi stesse che ogni momento è buono perchè qualcosa <inizi ora>. Perchè c'è tempo, finchè c'è tempo; perchè ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio.

Vi aspetto allora tra le pagine del nuovo Taste&More n. 22, per una dolce e avvolgente danza dionisiaca, profumata di spezie, nocciole, moscato e fichi maturi. 

<[...] Non abbiate paura di sbagliare, di essere incomprese, di mutare rotta o di ubriacarvi di passione: verrà sempre un momento in cui il tempo cambierà e potrete ancora decidere di essere diverse insieme a lui. Vivete dell’oggi senza remore, appagatevi con grappoli profumati che saranno presto vino, con l’abbondanza di sensuali fichi maturati tra il rossore autunnale.
Osate, osate sempre. Perché se l’amore genera sogni è solo la follia che talvolta li rende reali.>






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A presto, dunque: che questo autunno non sia per voi il momento in cui vedrete foglie cadere, ma l'occasione di riscoprire nuovi e dorati tramonti. 
Nella speranza di condividere un altro pezzetto di cuore con voi, che mi siete tanto cari/e, vi abbraccio come sempre con immenso affetto!

lunedì 12 settembre 2016

Le preghiere di donna Gertrude

Impugnando delicatamente una maniglia di ferro battuto intrecciata, Gertrude fece il suo ingresso nella chiesa, stagliandosi come un’ombra sulla lingua di luce che illuminò il pavimento della navata. La pesante porta di legno si chiuse alle sue spalle con un sordo cigolio, un piccolo eco che parve tuttavia un improvviso frastuono, nel fragile silenzio del luogo di preghiera.
La donna sfilò i guanti scuri e, accennando un composto inchino, si fece il segno della croce e volse lo sguardo all’altare. Un’alta bifora collocata al centro dell’abside lasciò filtrare netti e luminosi raggi di luce, che avvolsero in un abbraccio soffuso una antica croce lignea, posizionata dietro ad un modesto altare di pietra. Il volto sofferente e delicato di Gesù, di minuziosa manifattura trecentesca, vegliava ancora, dopo tanti secoli, sui fedeli che ogni giorno entravano nella graziosa cappella romanica, conferendo a quell’ambiente sacro un’aria di intimo raccoglimento.
La pia signora amava godersi quei momenti mattutini nel silenzio, ancora profumata dall’aroma del caffè sorseggiato a colazione. Attendendo l’arrivo degli altri parrocchiani per la Santa Messa, le sue scarpe di cuoio nero, dalle stringhe strette in un’asola pressoché perfetta, si muovevano sempre rapidamente sul lucido pavimento marmoreo della chiesa: il rumore secco e cadenzato dei suoi tacchi rimbombava nella navata e nelle nicchie laterali, turbando la morbida pace della cappella. Ma Gertrude non provava disagio, ne era quasi compiaciuta: il suono cadenzato dei suoi passi era certamente un modo del tutto personale per far notare la sua esistenza, perché tutti constatassero quanto lei fosse presente, ogni giorno alla stessa ora, per comportarsi come un’umile serva al cospetto del Signore. Si prodigava allora ad accendere candele, a fare offerte inserendo tintinnanti monete nella fessura dell’offertorio, a controllare la freschezza delle rose e delle gerbere nel vaso bronzeo della statua della Vergine, per sedersi poi in prima fila tra le panchine della chiesa e pregare.
La donna era la prima tra i fedeli a presentarsi in chiesa, inginocchiarsi, ascoltare la messa e l’ultima ad uscire dalla porta per tornare a casa e preparare il pranzo. E, nell’attesa che la funzione iniziasse, aveva così tanto a cuore il suo prossimo che la tentazione di squadrare chiunque le si avvicinasse, per caso o con coscienza, era oltremodo irresistibile: ma Gertrude non era curiosa, certo che no. Era ovviamente mossa da spirito di fratellanza, dalla compassione e da un genuino interesse verso le vite degli altri. Amava sentirsi parte della comunità, dando il buon esempio ed elargendo consigli a coloro che, al suo contrario, non conoscevano quella spinta forte della fede che non fa dubitare mai. Così ogni mattina, infilandosi in bocca una di quelle caramelle all’anice che tanto amava, dava inizio a quell’intimo dialogo tra se stessa e l’ignaro suo prossimo.
Non mancava di notare quanto i tempi fossero cambiati, quanto le persone non usassero più un abbigliamento consono ad un luogo di culto: madri che indossavano grembiuli fin troppo scollati, incapaci di insegnare ai figli l’educazione, dal momento che riuscivano sempre a piangere e a disturbare durante l’omelia. Per non parlare di quei fanciulli che non riuscivano a stare fermi un attimo, girovagando per le sedie e disturbando la preghiera degli astanti. Quante volte aveva roteato gli occhi, strizzato solennemente le palpebre, facendo appello a tutta la sua integrità per non sbottare! Ovviamente non poteva mancare di constatare come la carità non fosse più contemplata, dal momento che qualcuno si presentava trafelato e in ritardo alla celebrazione eucaristica, con le borse piene di frutta, verdura e pane, senza riservare neanche una moneta da destinare alle opere di bene della parrocchia. Le persone spendevano ormai per il futile, per i propri bisogni terreni, ma si sarebbero pentite un giorno di non aver pensato alla loro anima. E i pensieri rivolti a Dio?
<Figuriamoci> rifletteva donna Gertrude, stringendo in un pugno l’alto e abbottonato colletto della camicia e scuotendo lievemente il capo, in un fremito di indignazione <Certe persone, ahimè, hanno pensieri solo per se stesse>.
Menomale che l’Altissimo, nella sua immensa bontà, avrebbe perdonato infine tutti i peccatori.
La donna lanciò uno sguardo ispirato al crocefisso, battendo rassegnata le mani tra loro e congiungendole in gesto di supplica.
<Signore> iniziò a pregare, mentre l’odore pungente e penetrante dell’incenso si era diffuso tra le panche in noce <Eccomi a te, in questo nuovo giorno, per affidarti nuovamente il peccato del mondo. Liberalo dal male, dalle tentazioni e dalle lusinghe dell’inferno. Satana è ormai ovunque, permea la quotidianità indicando all’uomo la via della perdizione!>
Gertrude sospirò, dietro allo scuro velo di pizzo nero che le copriva il capo e il volto.
<Accetta le mie preghiere per i miei fratelli, che non conoscono la forza della fede e la purezza dell’animo! Aiutali a non cadere nella volgarità, nella malizia. Aiutali a riscoprire la carità, l’educazione virtuosa per i figli. Aiutali ad essere pii e colmi di modestia, umili e onesti. Salvali dalla perversione e dalla colpa che li sta affliggendo, te ne prego. Sii buono con loro, che non riescono a vedere il peccato che commettono!>
Così facendo, bisbigliò sottovoce qualche invocazione ai Santi e si fece nuovamente il segno della croce. Si alzò compostamente dal genuflessorio e prese posto sedendosi sulla panchina retrostante, afferrando il libretto del canto che i chierichetti avevano distribuito poco prima tra i fedeli.
Attese qualche istante, finché sentì chiaramente una voce soave e pacata chiamare il suo nome. Gertrude sollevò fulmineamente il capo, pensando che il sacerdote avesse bisogno di lei in sagrestia, senza tuttavia scorgerlo da nessuna parte: l’altare era deserto.
La donna aggrottò la fronte, un poco smarrita.
<Gertrude, sono io> continuò la dolcissima voce, provenendo senza ombra di dubbio dall’antico crocefisso che adornava l’abside.
Donna Gertrude spalancò gli occhi sorpresa, poggiando le dita sulla bocca con aria incredula e scuotendo il capo.
<Povera, povera Gertrude> continuò il crocefisso <Sei così attenta a criticare i gesti degli altri da dimenticare di giudicare prima te stessa e la tua presunzione. Trovi malizia e peccato dovunque guardi e non ti accorgi che il vero peccato non è là fuori: si nasconde in realtà nei tuoi occhi>
La donna abbassò il viso, avvampando di un lieve rossore.
<Gertrude, prega. Continua a pregare> le disse infine quella santa voce <Ma questa volta, invece di farlo per i tuoi fratelli, prega perché ci sia qualcuno di loro disposto ad intercedere anche per te>.






Frollini alla farina di riso e sorgo integrale con caffè, anice e marmellata di prugne
(senza glutine, senza lattosio*)

180 g di farina di riso
30 g di farina di sorgo integrale
10 g di fecola di patate
1 uovo
50 g di burro delattosato
50 g di zucchero integrale di canna
3 cucchiai di caffè forte
1 cucchiaio di liquore all’anice
1 pizzico di sale
½ cucchiaino di lievito vanigliato

Marmellata di prugne q.b.

* verificate che gli ingredienti che utilizzerete siano certificati e sicuri.

Mettete le farine in una planetaria e aggiungete il sale, il lievito, lo zucchero e il burro delattosato a pezzetti. Avviate il robot e, quando tutto sarà amalgamato, aggiungete l’uovo, il caffè e il liquore all’anice. Lavorate l’impasto fino a che non sarà nuovamente omogeneo. Avvolgete il composto nella pellicola alimentare e lasciatelo riposare per almeno due ore nel frigorifero.
Passato il tempo di riposo, stendete l’impasto su una spianatoia e trasferitelo ancora per un quarto d’ora nel frigorifero prima di tagliarlo con la formina per biscotti: essendo l’impasto molto morbido, questo vi faciliterà nella creazione dei frollini.
Infornateli quindi a 170°C per ca. 10/12 minuti, fino a che non saranno dorati.
Una volta ben freddi, farciteli con la marmellata di prugne e accoppiateli due a due.
Ovviamente, potrete impastare gli ingredienti anche a mano e tagliare l’impasto con la formina che più preferite! Pregherete.. che non finiscano più.

E a piccoli passi, con calma e pazienza... riesco a condividere anche questa volta con voi, che mi siete cari/e, pensieri e moti del cuore. Grazie, con affetto, a chi è qui con me sempre. Siete veramente qualcosa di prezioso e io vi auguro di riuscire a vedere in questo mondo solo cose belle... tutte quelle che di certo meritate, lontano dalla malizia e da ogni pregiudizio. Siamo perfetti perchè imperfetti, dopotutto. E il cielo ci ha voluto così: non permettete a nessuno di farvi sentire sbagliati o indegni. Mai.

Un abbraccio e a presto!